Storia popolare di Genova di Mariano Bargellini

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      dopo aver perduto molto tempo trattenuto dalla amorevolezza di quei cittadini e dal dubbio se gli dovesse riporre in libertà o mantenere la parola ai Fiorentini, si avviò verso la Lunigiana.
      Quivi gli furono d'attorno con brillanti ma poco fondati progetti gli esuli genovesi i quali non avendo mai abbandonato l'esercito del re speravano di giovarsi di parte delle forze di lui per ricuperare la patria. Erano i principali, Ibleto Fieschi, Giano Fregoso, i Cardinali della Rovere e Paolo Fregoso.
      Costoro, come fu sempre uso dei fuorusciti, magnificando le proprie risorse , promettevano per mezzo dei numerosi partigiani che avevano fuori e dentro la città, purché fossero coadiuvati da una parte delle-genti francesi, di torre Genova agli Adorni ed al duca di Milano, sostituendovi invece F autorità del re. Perorava in favore delle proposte dei fuorusciti, Filippo conte di Bresse e poscia duca di Savoia influentissimo allora nei consigli di Carlo Vili. Invano i più saggi consiglieri rappresentarono al re quanto fosse pericoloso Y assottigliare maggiormente un esercito già di per se troppo debole per. contrastare alle forti masse di genti che i confederati andavano accumulando in Lombardia, imperocché questi tirato dalla sua consueta leggerezza e dalla autorità di coloro ai quali non era uso negare alcuna cosa, acconsenti a porgere una mano ai fuoruscili.
      Pertanto• furono distaccati dall'esercito a questa impresa, centoventi lance e cinquecento fanti francesi. I fratelli Vitelli signori di città di Castello allora al soldo del re, essendo rimasti indietro dovevano insieme con du-
      gento uomini d'arme e dugento cavalleggeri italiani comandati da Filippo
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      di Bresse riunirsi a queste truppe. Inoltre dovevano secondare e rafforzare la spedizione, la flotta francese ridotta allora a sette galere, due galeoni e due fuste, e le genti assoldate dal Fieschi e dai Fregosi nello stato di Lucca, nella Garfagnana e nella Liguria. Sommava questo esercito io tutto ad ottomila uomini fra pedoni e cavalieri ; Filippo di Bresse ne aveva il comando supremo.
      Però non volendo il re che si procedesse alle ostilità senza prima espe-rimentare le vie pacifiche, mandò un Araldo a Genova a significare : non avere esso alcuna intenzione inimichevole verso la città ; che anzi desiderava vivissimamenle il ben essere e Y ingrandimento della Repubblica. Per meglio intendersi rispetto agli affari presenti avrebbe mandati quattro principali signori a trattare cogli Anziani e col magistrato di S. Giorgio. Fu
     
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Storia popolare di Genova
dalla sua origine sino ai nostri tempi (Volume Primo)
di Mariano Bargellini
Enrico Monti Genova
1856 pagine 607

   

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