Storia fiorentina (volume II) di Benedetto Varchi

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      170 ^ STORIA FIORENTINAal suo esercito quella città, diede loro, secondochè aveva ordinato Clemente , buone parole, perchè essi seguitarono di reggersi a repubblica, e mandar fuora i loro ufficiali a governare le loro castella ; poi ai principio di maggio, spinti dal medesimo desiderio, gliene mandarono un altro in Augusta , il quale ritornato alla fine di luglio, riferi la volontà di Cesare essere Che la città ritornasse come prima sotto T ubbidienza di papa Clemente. Quesla risposta riempì tutto quel popolo di dolore, di confusione e di spavento inestimabile ; pure come franchi uomini, cominciarono a discorrere V uno coli1 altro quello che fare si dovesse, ed essendo i pareri, o piuttosto i dispareri molti e molto vari, si ragn-nurono in pubblico, e fecero una consulta , nella quale dopo molte op-penioni conchiusero alia fine, non che si dovessero mandare ambascia-dori al papa con autorità di capitolare, come consigliavano i più prudenti, ma come vollero i più desiderosi della libertà , misurando , come fanno gli uomini per lo più, non il volere dal potere , come bisognerebbe , ma il potere dal volere, che s'indugiasse la risoluzione tanto , che il conte Rosso, il quale era al campo , e gli statichi eh' erano in Firenze, fossero tornati. Tornato il conte e gli statichi, non solo non si fece la detta risoluzione, ma in sul bello del volerla fare, anzi più toàto perchè non si facesse , si levò il popolo a romore, e gridando altamente, Cavallo e Libertà, corsero col conte a casa il signor Otto, il quale, ritornandosene libero da Firenze, aveva dato una pugnalata nel petto a uno di coloro, il quale per mantenere la libertà andava gridando che non voleva che si ragionasse d'accordo, e volendo stare con esso lui a tu per tu bisticciava seco, che era meglio aspettare T esercito. Il signor Otto si ritirò in una camera terrena, e dopo lungo combattimento fu menato collo stendardo pubblico prigione in palazzo, insieme col fratello e con Giovanfrancesco Camaiani ; ma udito che don Ferrante era di già arrivato coli1 esercito a Quarata vicino a tre miglia ad Arezzo, fattolo pacificare cogli avversari, lo fecero loro capitano.
      Già s' erano attendati gli Spagnuoli con alcuni pezzi d'artiglieria lungo le mura d'Arezzo, e a don Ferrante fu morto il cavallo sotto da un sasso, quando intesa la volontà del pontefice, e conoscendo che non potevano tenersi, convennero di mandare a Firenze quattro ambasciadori con autorità quanto lutto il popolo, i quali furono : messer Giuntino da Montelucio , messer Bernardo Florio, Iacopo Marsuppini e Luca Paganelli. Questi, alla presenza di messer Domenico Capresi commessario del papa , fecero uni convenzione con messer Francesco Guicciardini e con Ruberto Acciaiuoli, eglino in nome della città d1 Arezzo , e questi della signoria di Firenze, nella quale si contenevano più capi, ma i principali furono questi : Che del rifare la cittadella da loro disfatta non s'avesse a ragionare frav^ooQle


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Storia fiorentina (volume II)
di Benedetto Varchi
Borroni e Scotti Milano
1846 pagine 476

   

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