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Per la biografia di Giovanni Boccaccio

Francesco Torraca
Società Editrice Dante Alighieri, 1912, pagine 432

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   ine sentì, liberamente sè e il suo onore e le sue arti concedette a Giasone. Chi fa più solleciti gli uomini all'alte cose, di lui? Quanto egli gli faccia riguardisi a Paris e a Menelao. Chi spegne più gl'iracondi fuochi, che fa costui? Quante volte fu l'ira d'Achiile quetata da' dolci preghi di Polissena ce '1 mostri. Questi più che altri fa gli uomini audaci ¦e forti, nè so quale maggiore esemplo ci si potesse dare che quello di Perseo, il quale per Andromeda fece mirabile prova di virtuosa fortezza. Questi adorna di bei costumi e d'ornato parlare, di magnificenza, di graziosa piacevolezza tutti coloro che di lui si vestono. Questi di leggiadria e di gentilezza a tutti i suoi subietti fa dono. Oh quanti sono i beni che da costui procedono! Chi mosse Vergilio? Chi Ovidio? Chi gli altri poeti a lasciare di loro eterna fama ne' santi versi, li quali mai a nostri orecchi pervenuti non sarieno se costui non fosse? Che diremo noi della costui virtù? Se non ch'egli ebbe forza di mettere tanta dolcezza nella cetera d'Orfeo, che poich'egii a quel suono ebbe chiamate tutte le circostanti selve, e fatti riposare i correnti fiumi, e venire in sua presenza i Ieri leoni insieme co' timidi cerbi con mansueta pace, e tutti gli altri animali, similmente fece quetare le infernali furie, e diede riposo e dolcezza alle tribolate anime; e dopo tutto questo, fu di tanta virtù il suono, ch'egli meritò di riavere la perduta mogliera. Dunque costui non è cacciatore d'onore, come voi dite, nè donatore di sconvenevoli affanni, nè suscitatore di vizi, nè largitore di vane sollecitudini, nè indegno occu-patore dell'altrui libertà : però con ogni ingegno e con ogni sollecitudine dovria ciascuno, che di lui non è conto e servidore, procacciare e affannare d'avere la grazia di tanto signore, e d'essergli subietto, poiché per lui si diviene virtuoso. Quello che piacque agl'iddii e a' più robusti uomini, similemente a noi dee piacere : seguasi, amisi, servisi, e viva sempre nelle nostre menti un coiai signore.
   Molto t'inganna il parer tuo, disse la reina : e di ciò non è maraviglia, perocché tu se', secondo il nostro conoscimento, più ch'altro innamorato, e senza dubbio il giudizio degli innamorati è falso, perocché il lume degli occhi della mente hanno perduto, e da loro la ragione come nemica hanno cacciata. Adunque a noi converrà alquanto oltre al nostro volere d'amor parlare : di che ci duole, sentendoci a