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Per la biografia di Giovanni Boccaccio

Francesco Torraca
Società Editrice Dante Alighieri, 1912, pagine 432

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   - 249 —
   che era fratello del Delfino di Vienna, domandò ad alta voce-che si tacesse e non si passasse più oltre. Onde, fatto il silenzio. confermò e protestò ch'era degno di morire, non perchè avesse commesso alcuna delle cose, delle quali era incolpato, ma perchè, dalle persuasioni del re e del sommo pontefice, si avea lasciato guidare a confessare quelle cose in vergogna e tradimento del suo ordine e della religione. Di qui seguì la sentenza fiera ed iniqua alla ruina de' Templari, e Iacopo e-il fratello del Delfino, lasciati in vergognosa vita gli altri due compagni, fu condotto all'istesso supplizio, che furono gli altri. Il quale amendue con intrepido e costante cuore, in presenza del re, sopportarono, nè niente altro mai dissero, eccetto quanto gli altri prima aveano fatto.
   Questo mi disse Boccaccio persona onesta e padre mio,-il quale affermava essere stato presente a tai cose. — De Casibus illustrium virorum IX, trad. di G. Betussi.
   Quali che sieno le azioni, alle quali la Natura abbia prodotto gli altri, me — l'esperienza ne è testimone — trasse dall'utero materno disposto alle meditazioni poetiche, e, a giudizio mio, a questo sono nato. Bene ricordo, infatti, che mio padre si sforzò in tutti i modi, sin dalla mia puerizia, perchè divenissi negoziante, e, non essendo io ancora entrato nell'adolescenza, poi che ebbi appresa l'aritmetica, mi diè per discepolo a un grandissimo mercante; presso il quale, per sei anni, non feci altro che perdere il tempo, che non si riacquista mai. Perciò, essendo da parecchi evidenti indizi apparso che ero più adatto agli studi letterari, lo stesso mio padre comandò che passassi ad ascoltare le decisioni pontificie per poter diventare ricco, e, sotto un famoso maestro, per quasi altrettanto tempo, lavorai inutilmente. L'animo mio ripugnava tanto a queste cose, che mai non potè esser piegato a nessuna di queste due professioni, nè dalla dottrina del maestro, nè dall'autorità del padre, il quale continuamente con nuovi comandi mi affliggeva, nè dalie preghiere o da' rimproveri degli amici, tanto lo traeva alla poetica una singolare affezione. E non per improvvisa risoluzione l'animo mio, con tutte le forze, tendeva alla poesia, chè anzi vi era spinto da disposizione remo-