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Per la biografia di Giovanni Boccaccio

Francesco Torraca
Società Editrice Dante Alighieri, 1912, pagine 432

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   stemperava un concetto già poco prima accennato : per totum regum labores, pericula, lacrymas et suprema exitia. Il Boccaccio fece bene a cancellarla, tanto più che seguiva immediatamente un'altra lunga enumerazione di vizi e di colpe. Aveva anche detto :
   Quanto magie videmini in astra transferri, tanto accura-tius desiderium humili loco fìgite, ut in elevatione unde exul-tetis habeatis et in casu, si casu contìngere possit humilibus, non sit unde tristari possitis.
   Defigite invece di fìgite è un di que' piccoli tocchi che danno rilievo all'idea. Ma come comprendere tra gli umili, che, stando a terra, non corrono rischio di precipitare, coloro, di cui si dice che sono portati agli astri dalla fortuna? Giù un bel frego sopra l'incongrua supposizione : — unde exultetis habeatis, et in casu, non sit unde tristari possitis.
   Prima dell'Hauvette, citò un breve tratto dell a redazione B l'Hortis (') — quello, in cui ricorda il Boccaccio di aver sentito raccontare la fine tragica de' Templari da suo padre, che s'era trovato allora a Parigi:
   ut aiebat Boccacius genitor meus, qui tunc forte Paris/i negotiator, honesto cum labore rem curabat augere domesticali], et se his testabatur inlerfuisse rebus.
   Ai lettori, inorriditi per l'atroce fine de' cavalieri e del loro gran maestro, commossi per la forza d'animo, con cui avevano affrontato le fiamme del rogo, che impressione avrebbe fatta il sentirsi, tutt'a un tratto, confidare, non solo che Boccaccio di Chellino
   (¦) Sludj, 127.