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Per la biografia di Giovanni Boccaccio

Francesco Torraca
Società Editrice Dante Alighieri, 1912, pagine 432

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   - 216 —
   che tener netti e bianchi i denti è precetto d'igiene e consiglio di decenza. Studiosissimo di Apuleio sin da quando aveva scritto l'epistola Mavortis mi-les, potè anche, in buon punto, ricordare le buone e belle ragioni addotte da lui, nell'Apologia, per dimostrare che bisogna tener netta la bocca e tersi i denti. Cancellò decoloratam faciem et polientia pin-gere labia, forse perchè era questa la più nota e diffusa delle pratiche femminili, deplorata già da un grande numero di scrittori, compreso Dante; ma anche perchè pingant tornava a non grande distanza. Aveva scritto:
   Quid si addiderim quibus in modis crines flavos componanl, fìum hos circumvolvunt capiti, illos in noclum agunt, alias in cumulos vertunt, quibus pingant tloribus, quibus ornent corollis...
   Rileggendo, potè pensare che quibus in modis faceva aspettare chi sa quanti modi, i quali poi si riducevano a tre soli; che pingant non era detto con molta proprietà dei fiori collocati tra le chiome: che un solo e più adatto verbo, ornent, bastava così per i fiori, come per le corolle. Gli era sfuggito un periodo di questa sorta:
   His igitur tot et talibus, seu ab eorum aliquo, saepissime capiuntur spectatores egregii, quibus plus curae oblectatio vo-luptatis est quam virtutis labor; qui, dum advertentes quas ipsi fecimus catenas et confringere nequeamus, in exitium saepissime ruimus.
   Da un soggetto di terza persona, si saltava bruscamente a uno di prima; sconcordanza bell'e buona. Corresse: confecere, nequeunt, ruunt, e, trovandovisi, mutò in una parola più piena ed efficace fecimus,