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Per la biografia di Giovanni Boccaccio

Francesco Torraca
Società Editrice Dante Alighieri, 1912, pagine 432

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   amaro disinganno gli cagionò l'accoglienza che gli fece allora il gran siniscalco Niccola Acciainoli, e nella famosa lettera in cui racconta per fdo e per segno le sue disgrazie, l'infelice Boccaccio parla con vivo sentimento di riconoscenza del suo giovine amico Mainardo, nella casa del quale ricevette allora l'ospitalità. Forse in quel tempo il novellatore fu pregato di servir da padrino ad un figliuolo del suo giovine benefattore. Per riconoscere i servigi ricevuti da lui, il Boccaccio avrebbe allora pensato a dedicargli il suo De Casibus, che non sapeva a chi offrire.
   Contro il ragionamento del valoroso scrittore francese, stanno alcuni fatti, a' quali egli non ha posto mente. Nella dedica, il Boccaccio non solo dà a Maghinardo, cominciando, i titoli di cavaliere e di maresciallo del Regno di Sicilia; ma si trattiene a rilevarli e illustrarli ('): non glieli dà nella lettera al Priore dei SS. Apostoli, scritta nel 1363. E, a dire il vero, non pare che, sin d'allora, « il nobile giovine » fosse salito tant'alto, e avesse meritato si dicesse di lui che «rendeva illustre la famiglia e la patria (2). Nella dedica, ricorda di aver spesso sperimentato l'affetto e la magnificenza di Maghinardo col quale già da gran tempo aveva stretto amicizia (s); dalla lettera al Priore, appare che nel 1361 per la prima volta fu ospitato da lui, e per breve tempo. Nella dedica, infine, parla dell'unico figliuolo di Ma-
   (V « Non est.. . unus ex mercenaria plebe aut inglorius et degener homo, regia onim militia insignitus est, et egregio splendidus titulo ».
   (2) «Ab avorum fulgore non deviat, quinimmo morum singulare decus et priscae virtntis specimen, nomen suum et patriam laudabili fulgore roddit illustrem».
   (3) « Maghinardum tuum .. . cujus fi (lem, cujus dilectionem, cujus magnificentiaui saepe expertns es 1... Et si quid snnctum amicitiae nomen, jamdiu inter te et me aoquis firuiatum animis, meretur ».