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laggiù, tra Pizzo e Squillace, in Calabria; e l'Hortis riuscì a leggervi, non so dove, «che anche postosi in viaggio (il Boccaccio) per vederlo (l'abate) pure la villania non lo sorprese ». Non ce n'è nulla. Trovandosi a Napoli — vi era, dunque, almeno sin dal dicembre del 1370 — il Boccaccio andò a visitare l'abate, che aveva conosciuto da giovine, dal quale fu accolto con abbracci e baci, e tanto sentì da lui decantare l'amenità e i comodi della certosa, da concepire il desiderio non solo di vederla, ma, se la necessità ve lo avesse costretto, di rifugiarvisi ; da imaginare che l'abate l'avrebbe invitato, anzi pregato di passarvi alcuni giorni. Ma, improvvisamente, di notte, fra Nicola montò sopra una feluca, e se ne andò in Calabria (L), lasciandolo con tanto di naso. Lo lasciò a Napoli; infatti, il Boccaccio, ricambiando con cortesia la scortesia, esorta l'abate a tornare subito (2), ora che è salito alla cattedra pontificia il cardinal di Belforte, dal quale, per mezzo de' signori Del Balzo, potrà ottenere ciò, che da lungo tempo desiderava.
Nella seconda delle lettere a Maghinardo, il Boccaccio, ringraziandolo de' doni cospicui da lui ricevuti, dice che s'aspettava lo avesse soccorso l'inclito uomo Ugo di Sanseverino, in cui confidava come
(!) « Cum neinorum arnenam solitudinem etc monstrasses, traxis-sesque me in desideriuru non yidendi solum, «ed si necessitai exegisset, assumendi, in latebram, clam, quain (quali) tibi positurus essera insi-dias, parasti fugam ... tu me more furis atque deceptoris nedum consulto, veruni nec salutato, per noctem, in Calabros discessurus, con-scendisti lembum». Cohazzinj, 258.
(2) « Si nondnm pieno fìnem habuit expeditio tua . . . laudarem re-ditum tinnii in istanti Neapolim». Ivi, 259.