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Per la biografia di Giovanni Boccaccio

Francesco Torraca
Società Editrice Dante Alighieri, 1912, pagine 432

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   - 184 —
   è argomento de' sonetti, che scambiò con Antonio da Ferrara e con Bernardo Canacci. Al suo culto per il sommo poeta, sembra voglia alludere Licida, rammentando e proponendo all'infelice Dorilo l'esempio di Argo, oltre quelli di Mopso (Omero) e di Titiro (Virgilio). Questa volta - se non m'inganno - Argo è un gran poeta in compagnia di due altri grandi poeti, non il re Roberto e non Mercurio: un poeta, che ascese al cielo, e vi vide l'ordinamento de' beati, anzi lo fece conoscere ('). Chi potrebbe essere se non Dante Alighieri? E sarà semplice caso che ricorra sotto la penna del Boccaccio la parola stessa, con cui comincia l'epitaffio composto da Menghino per la tomba di Dante?
   Quis proliibet meliore lui quin parte peragres gnosiacos saltus et menala pascua? quis ve pastores Idae videas, fontesque bicornis Parnasi et lauri dulces per culmina silvas? Ah! scelus infandum! Sic nondum vivere nosti annosus tecum? secum, superavit Olympum ollm Argus, qui iura deum viditque deditque; pastores phrygios orbatus lumine Mopsus, et Danaos cecinit; sic Tityrus arva latina non vidit, Rutulus dum tinxit sanguine Turnus.
   Povero Menghino ! avrebbe avuto bisogno di altre
   (') Roberto per l'IIortis, Mercurio per lo Zumbini, ohe però suppose un errore di lezione, Argus per Arcas (infatti Are» è denominato, senz'altro, più giù). Anche Stilbone, nell'egloga XIII, accenna ad Argo corno a poeta, e povero :
   Si vacai, enumera quot pavit Taurus Amynlae, quolque greges Mopso, Pindus, quot Menalus Argo, quot Polibo Kurotas, otc.
   (2) Mi permetto di vedere nella frase ooncisa del testo una reminiscenza del dantcsoo : < Chi '1 vide quassù gliel discoperse Par. XXVIII, 108.