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che agli uomini di lettere ('), quegli, che gl'impedì di continuare ad attendere placidamente agli studi nella sua corte (nieis Phyllida rivis erìpuit Phytiae), e lo costrinse ad abbandonare Ravenna (2).
Ora non ci vorrà molto a scoprire chi si celi sotto le vesti di Dorilo. Era stato mandato in prigione da Polipo; è, se non poeta insigne, cultore della poesia, giacché, a sentirlo lamentarsi, a vederlo piangere, Licida gli domanda severo:
Castaliae, die oro, puer, docuere sorores te lachrymis transire diem?
Lo esorta a sollevarsi « in più spirabil aere » con la parte migliore di sé; gli rimprovera di non aver imparato ancora, benché maturo (annosus), ad esser forte, e consolarsi delle avversità poetando. Corrado Ricci ed Ezio Levi, se mi leggessero, giunti qui, esclamerebbero certamente: - Ma è ser Menghino Mezzani, « l'umile dantista », l'autore del famoso epitaffio Iura Monarchiae! (s) Le sue relazioni con Ostasio sono attestate da parecchi strumenti, che rogò per lui in occasioni solenni. La sua prigionia
(!) Cfr. Sacchetti, nov. CXC.
(a) Però, nel 1353, vediamo il Boccaccio andar a Ravenna « visita-turus civitatis principem». Corazzisi, 49. Licida si presenta a Dorilo, che lo prende per un fabbroferraio, nigra fuligine tinctus, certo, perchè viene dall'Inferno; ma, curiosa coincidenza, Ostasio, trovandosi in Lombardia presso i Visconti, il 25 settembre 1346 passò poricolo di morire asfissiato « propter fumositatem » di un fuoco di carbone, acceso dai servitori nella camera, in cui egli dormiva. Chron. Entenae, 432. Il Chron. Mutinense, 606, aggiungo che non si riebbe più, e, portato infermo a Ravenna, vi morì.
(3) Ricci. L'ultimo rifugio di Dante-, Milano, Hoepli, 218 sgg. Levi, Antonio e Niccolò da Ferrara; Ferrara, Zuffi, 174 sgg.