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Per la biografia di Giovanni Boccaccio

Francesco Torraca
Società Editrice Dante Alighieri, 1912, pagine 432

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   seconda delle quali non è di quelle, che la fama facilmente divulghi:
   heu mihi, iam dudum pecudes rapuisse Myconti et, scelus infaustum! pueros traxisse per vmbras in vetitam Venerem, melior durn vita maneret has sedes tribuere mihi...
   Un signore di terre paludose, padre di figli furibondi, usurpatore di dominio altrui, oh! non è Ostasio da Polenta, già signore di Cervia, che frau-dolentemente s'impossessò di Ravenna durante l'assenza di suo cugino Guido Novello? I cui tre figli, lui morto, si fecero guerra per l'eredità, sinché il primo, Bernardino, avuti nelle mani gli altri due, che prima avevano imprigionato lui, li fece morire di fame? Ostasio, nel 1346, anno della sua morte, ospitò il Boccaccio, che, ad istanza di lui, « suo specialissimo signore », cominciò a tradurre Tito Livio ('). Torna a mente come e dove dice di averlo veduto Appennino nell'egloga XVI :
   Iam vidisse senem memini, nostrisque sub antris nonnumquam duros solitum recreare labores, dumque ravennatis Cyclopis staret in antro, et fessus silvas ambiret saepe palustres, vidimus....
   Silvas palustres sono quelle stesse, dove, dice Li-cida, crescono le canne e gracidano le rane palustri. Licida rappresenta, dunque, Ostasio; Pizia il suo ospite, alla biografia del quale viene ad aggiungersi, così, un particolare sinora ignoto. Fu il crudele e rapace Bernardino, più benigno agli uomini di corte
   (') Questa notizia si legge nel proemio al volgarizzamento, non iu quello al De Oenealogii», oome stampa l'Hutten, 119.