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Per la biografia di Giovanni Boccaccio

Francesco Torraca
Società Editrice Dante Alighieri, 1912, pagine 432

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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[ Testo della pagina elaborato con OCR ]

   - 181 -
   mal est, sic et tyranni rapacissimi sunt homines: Dorilus vero est quidam captivus in assiduo moerore consistens, dictus a. doris, quod amaritudo sonat.
   Le delucidazioni dell'autore non concordano con la congettura dello Zumbini. Dorilo era captivus; il Boccaccio, per quanto ne sappiamo, non patì mai prigionia. Polibo aveva già tolto a Dorilo, con la libertà, gregge e campi; l'Acciaiuoli (Mida) non tolse niente al Boccaccio, nemmeno i libri, unica sua ricchezza.
   Dorilo ricorda che Polibo, cui rustica cessit li-bertas, divenuto alla sua volta tiranno, tra le altre bricconate, che ha sulla coscienza,
   lascivusque meis formosam Phyllida rivis eripuit Phytiae nostro.
   Dalle sue parole caviamo che Pizia è un suo amico, il quale un tempo menò le greggi al pascolo negli stessi suoi prati (rivis meis), ed ebbe cordiali relazioni anche col morto Licida (Phytiae nostro). Licida o, per dir meglio, la sua ombra ci lascia capire di avere, in un paese abbondante d'acque stagnanti, de' cui pascoli era stato solo e potente signore, generato figli di perversa indole, ciò che lo tormenta più delle pene infernali :
   non sordida laedunt munera Plutarchi, quantum mala nota furentum quos genui calamos inter ranasque palustres.
   Ciò basta a Dorilo perchè lo riconosca: « Di grazia, non sei tu il mio Licida ? »
   Non era stato uno stinco di santo, Licida ; fu dannato all'Inferno per due colpe gravissime, la