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Per la biografia di Giovanni Boccaccio

Francesco Torraca
Società Editrice Dante Alighieri, 1912, pagine 432

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   - 180 —
   Nell'una si narrerebbe come già avvenuto, ciò che nell'altra si temeva che dovesse avvenire. Fitia qui si lamenterebbe dei suoi danni, prevedutigli già dall'amico Damone. Una stessa persona sarebbero Mida dell'egloga Vili e Polibo della X: un pastore, cioè, malvagio e rapace, da cui si aveva tutto a temere, e che veramente finisce col rapire a Dorilo gregge, campi, e il resto....
   Che se poi Fitia è il Boccaccio medesimo, allora se ne farebbe più probabile la mia congettura, che, cioè, Dorilo sia lo stesso Fitia e le due egloghe facciano un'egloga sola; perchè da ciò che Licida dice a Dorilo, dobbiamo argomentare esser questi un poeta seguace di Omero e di Virgilio (').
   In altre parole, il Boccaccio (Dorilo) parlerebbe di se [Pizia) come di un'altra persona, al modo stesso che, nella lettera in dialetto napoletano, egli, fingendosi Tannetto, parla dell'abate Boccaccio. La congettura non pare incontrasse favore, almeno sino al 1896, a giudicarne dalla confessione dell'Hauvette che, in quell'anno, « dopo i tentativi dell'Hortis e l'acuta confutazione che ne fece lo Zumbini », non si lusingava di trovar facilmente la chiave » dell'allegoria « più oscura, più misteriosa di tutte » (2). Ignoro se, dopo, altri si sia provato a sciogliere l'enigma. Ne sarò io l'Edipo? Mi proverò.
   Rileggiamo ciò, che il Boccaccio scrisse a fra Martino :
   Decima egloga titulatur vallis opaca, eo quod in ea de infernalibus sermo sit, quos penes nulla numquam lux est. Collocutores autem duo sunt. Lycidas et Dorilus: prò Lvcida ego quemdain olim tyrannum intelligo, quem Lyeidam a lyco denomino, qui latine lupus est, et ubi lupus rapacissimum ani-
   (') Le egloghe, 188.
   (3) Sulla cronologia delle eglogh, 170.