davvero raffigurato Giovanna, come non gli passò per la mente la convenienza di dar di frego all'odiosa pittura, quando limò il primo getto dell'egloga, o mentre deplorava, nella IV, la fuga di lei e di Luigi, o mentre esprimeva, nella VI, la gioia provata al loro ritorno ?
Non è esatto, dunque, che il buon Boccaccio avesse voluto lodare dopo aver biasimato. Lo Zumili ni aggiunse con insolita asprezza : « Si trattava d'infamie e di atrocità detestevoli sempre e non iscusabili mai per alcuna ragione del mondo. Il Boccaccio non solo non ignorava quelle infamie, ma le conosceva nei loro minimi particolari. Dentro sè doveva averle detestate sempre nello stesso modo, ma finì con lodarle a parole, mosso da paura o da motivi non molto più degni ». Ma quali infamie lodò ? Quali atrocità ? Non di amorazzi, non di adultèri, non d'intrighi e d'inganni, solo dell'assassinio di Andrea parlò nell'egloga III, e per deplorarlo; lo fece deplorare, ho detto e ripéto, dallo stesso Luigi nella IV: la V descrive poeticamente le tristi condizioni del Regno dopo la fuga di Luigi ('), dopo il 15 gennaio 1348. Delle infamie e delle atrocità, che macchiarono la reggia di Napoli dalla morte di Roberto (19 gennaio 1343) alla morte di Andrea (18 settembre 1345) le egloghe non dicono una parola. Il Boccaccio, del resto, non le potè conoscere se non all'ingrosso, per fama, giacche, in quegli anni, non fu a Napoli. E si noti : accolse nel De Casibus, dalla voce pubblica, l'accusa che Giovanna, essendo
(•) « Quintile eelogae titulna est Sylva cadetti, eo quod in ea traotelur de dirn'nutione et quemadmodum casu oivitatis neapalitanae post fugain regia praedioti ». Lett. a fra Martino da Signa ; Corazzimi, 269.