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opposto, espresso in altre egloghe, è menzogna » ('). L' Hutten torna ora a rilevare « la contraddizione » non solo tra egloga ed egloga, ma tra esse e la condotta del Boccaccio (2), senza, però, spingersi a dargli dell'infinto e del mentitore. Meno male!
Questi egregi studiosi — mi perdonino — non hanno evitato parecchi e gravi errori. Il primo è stato quello di mettere in un fascio con le altre l'egloga VIII, documento di contesa privata, ispirata dallo sdegno, che il Boccaccio concepì contro il Gran Siniscalco quando fu, o si credè, trattato male da lui — cioè dopo il marzo del 1362. In essa, l'autore non inveisce contro la corte napoletana nè punto nè poco : ricordando, bensì, che Giovanna e Luigi (Melnlce e Ameto) si sposarono, riebbero il Regno ed ottennero la corona per opera di Niccolò, insinua il sospetto che, ciò facendo, questi avesse unicamente provveduto a' propri vantaggi (3). Verso la fine, in due versi abbastanza oscuri, sui quali dovrò ritornare, accenna a dolersi della libertà, che essi avevano lasciata a Niccolò e a Lupisca di compiere impunemente ribalderie e misfatti. E non c' è altro. A Luigi, specificatamente, l'egloga III non allude affatto ; quanto a Giovanna, dubito forte che si possa,
(') Le egloghe del Boccaccio, 106.
(2) In modo, a dire il vero, assai confuso ; 124, 125. Afferma che il Boccaccio « nella terza e nell'ottava egloga ci dice die Giovanna e Luigi di Taranto furono i veri uccisori di Andrea ». Sarei curioso di vedere i versi, in cui ee lo dice !
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abdila, ìlelalctm studio coniuiucit Amaeto, quos poslquam misero* undis relraxit aritos ii campot, lauro et flaros rincire capillos et querno fedi dextras ornare bacillo.