— lofi -
Con questo po' po' di roba, non pensato soltanto, ma messo in carta, e di bella calligrafia, sin dal 1355, 1 « uomo ingenuo », come se niente fosse stato, si sarebbe partito da Firenze sei o sette anni dopo per recarsi a convivere col ladro, con l'adultero, col ministro di delitti ? Bella ingenuità, candida inesperienza !
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Il Boccaccio, dicevo, prima e'dopo, ritenne giusta l'impresa di Ludovico d'Ungheria; ma ben presto sentì orrore degli eccessi — l'innocente Carlo di Durazzo ferocemente sgozzato, Napoli empita di stragi, il Regno devastato. Della naturale, necessaria distinzione, che egli — e non egli solo — dovè fare tra un principio astratto di giustizia, e l'applicazione pratica di esso, non han tenuto conto abbastanza nè coloro, che si sono affaticati a stabilire la cronologia della vita di lui, nè coloro, che hanno studiato le sue opinioni su i fatti contemporanei nelle egloghe. Primo, se non erro, l'Hortis asserì che « l'egloga quarta, la quinta e la sesta sono in palese contraddizione con la terza e con l'ottava ; in queste il Boccaccio inveisce fieramente contro la corte napoletana e contro l'Acciaiuoli, in quelle egl'inneggia agli Angioini e al gran siniscalco » ('). Poi, lo Zumbini rincarò la dose: « la colpa del Boccaccio non consiste già nell'avere avuto giudizi opposti sulla corte di Napoli.... sì bene nel non essere stato sincero quando, dopo aver biasimato, volle lodare. Il suo vero sentimento è, senza dubbio, quello espresso nell'egloghe III e VIII ; il sentimento
(!) Sludj, 13.