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della patria sua* Quaglino, avvisando di non poter rimuovere l'animo di lui, richiesero udienza all' Augusto Cesare , ed ottenutala dopo molte preghiere ed assai fatica, n'ebbero risposta che si partissero o si componessero col Pontefice, da cui dovevano onninamente dipendere circa la nuova ferma di governo che loro sarebbe prescritta. Dicbiaravasi Cesare poco amico del popolo di Firenze , perchè mostrarono sempre i fiorentini essere oontro di loi, ed attenersi alla parte francese. Con tale risposta intese egli non solo di palesare il risentimento sno verso quella città , ch'era in concetto d'inclinata alla devosione della corona di Francia; ma eaiandio oragli grata la depressione di lei: e volle con ciò anche compiacere al Papa , cui aveva promesso di rimettere in patria la famiglia de' Medioi , e darne il principato ad Alessandro, Duca eletto di Firenze, conformemente al capitolato di Barcellona.
In conseguenza di questo 1* Imperatore diede nuòvi ordini affinchè i soldati suoi che stanziavano in Lombardia, per non istare oziosi , passassero nella Toscana: e prendendo la via de'monti occuparono eon facilità Pistoia abbandonata dai fiorentini, non potendola conservare; e così pure trovarono difettar di forze le terre di Prato e di Pietra Santa, che similmente si resero al Papa.
Era in questi giorni a difesa di Firenze il prode Malatesta Bagliori, che scrisse a Clemente VII. di mandare all'assediata città una persona confidente ed autorevole ; perciocché sarebbesi egli adoperato per trattare un onorevole accordo trai fiorentini e la famiglia Medici. Il Pontefice, non rifiutandosi a tale invito, affidò quest'ardua commissione a Monsignor Giacomo Pasi Vescovo fiorentino, che partì subito per la patria con le debite istruzioni ; dove appena giunto si pose a conferenze e trattative, nelle quali impiegaronsi alcuni giorni senza conohiudere cosa alcuna ; laonde questi ritornò a Bologna , ed i tre Oratori fiorentini dalla città nostra parimenti partirono ; restando presso al Papa il sole Vettori,
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