BOLOGNESI
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a ricoverare il buono stato, com'egli diceva én fattamente.— Intanto il Pontefice lontano, avea lasciato Roma in balìa d'un Senatóre e di tredici Maestrati riprovevoli. I Colonna, gli Orsirii, i Savelli , sempre in lotta gli uni cogli altri, mandavano i loro satelliti ad azzuffarsi ogni dì per le vie. Contro di questa nobiltà preponderante nutriva Colà di Rienzo un odio, che diceva ereditato dai Gracchi* Smanioso perciò di liberare il popolo, se ne fece Tribuno (20 Maggio i347)» cacciò i Signorotti dalla Città, e salì al Campidoglio eoi Vescovo d'Orvieto, Vicariò del Papa a Roma. Fu dunque fatto un mutamento: la Città de'Pontefici parve di nuovo la Città de'Consoli e de'Tribuni. Ma Cola , quantunque eloquente, erudito, ardentissimo, non era nè uomo di stato, nè uomo di guerra. Non si curò di rassodare il nuovo governo tribunizio : si contentò di feste e di processioni , perchè l'esaltazione repente avevalo tratto di senno. I nobili tentarono abbatterlo : ei gli affrontò , ma con poca perizia. — Ecco un Legato Francese del Pontefice venuto a comporre le cose. Costui aderisce ai nobili , che prendono un Rione della Città: la campana indarno è martellata a stormo; il popolo non vuol brandire le armi, perchè conosce in Rienzo anziché un Tullio un Ora^ zio Fiacco. Perciò il Tribuno si rifugge in Castel sant' Angelo, poi recasi, per aiuto, a Carlo IV. Imperatore , il quale, dopo cinque anni Io consegna al Papa. Questi commette al suo Legato Egidio Albornoz di ricuperare lo stato ecclesiastico dalle mani de' signori, che in ogni Città V opprimevano ^ e gli dà a compagno Cola di Rienzo, perchè lo giovi di quella poca autorità che ancor potesse godere. Ma tutto è spento. Unito Cola al Legato , e non più Tribuno , mal s* affida nel popolo: è appiccato il fuoco al palagio di lui: indarno si camuffa in mentite spoglie ; è scoperto , trascinato appiè delle scale del Campidoglio ; e quivi a furor di popolo trafitto.
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