Giulio Adamoli
DA SAN MARTINO A MENTANA

Capitolo Primo
IN PIEMONTE
(1859)



       Poiché mi propongo di raccontare ciò che feci vidi e udii, durante gli avvenimenti del nostro riscatto ai quali partecipai, piglio per punto di partenza il 1858, quando, a dieciotto anni, studente di matematica nell’Università di Pavia, incominciai ad associarmi, insieme coi condiscepoli, alle dimostrazioni contro gli austriaci, le quali precedettero la campagna del 1859.
       Sebbene quegli atti ora sembrino di poco momento, a quei tempi, di fronte ad un padrone prepotente ed irritato, non mancavano di una certa impronta vigorosa. Io poi mi compiaccio di ricordarli, perché rappresentano i primi palpiti politici della mia generazione, e l’epoca del più puro entusiasmo e dell’abnegazione più sincera.
       La vita universitaria era, a Pavia, più intensa allora che oggi, perché i mezzi di comunicazione, limitate alle vetture Sturini e al barchetto sul Naviglio, costringevano gli studenti tutti a rimanere in città durante l’anno. Quando perciò all’esuberanza degli spiriti giovanili si aprì lo sfogo della preparazione alla lotta contro lo straniero, vi ci buttammo coll’ardore solito delle scolaresche universitarie.
       La città di Pavia, nota pel suo patriottismo, si prestava mirabilmente a favorire i nostri bollori; giacchè quei cittadini, arditi, fieri, un po' spavaldi, ma altrettanto saldi, più che lasciarsi trascinare da noi giovanotti a reagire contro la tracotanza austriaca, ci eccitavano con l'esempio e ci capitanavano.
       Nel comune aborrimento per l'oppressore si dileguò l'antagonismo tradizionale, che aizzava alcuni ceti popolari contro gli studenti, e nacquero invece fra questi e i patrioti pavesi cordiali relazioni, nelle quali gli studenti portarono il buon volere e lo slancio della gioventù, i pavesi la fermezza della virilità, l'esperienza e il consiglio. Tali vincoli fra i due elementi andaron poi nei convegni e nei banchetti sempre più stringendosi, finché le campagne li resero intimissimi; infatti, tanto nei Cacciatori delle Alpi, come nella 7a compagnia dei Mille, i nomi dei pavesi si trovano sempre frammisti a quelli degli studenti. di ogni angolo di Lombardia.
       Tutta l'agitazione gravitava intorno a un centro, la famiglia Cairoli, riservata a così alti destini. Benedetto, il maggiore dei fratelli, e per il suo passato, e per le nobili doti del cuore e della mente, esercitava su tutti noi una influenza incontestata. I fratelli minori, simpaticissimi, si distinguevano già per una temerità eccezionale. La madre, donna Adelaide, accoglieva e incoraggiava, conquistando tutti con la gentilezza singolarissima dei modi. L'intera famiglia, strettamente unita dal più vivo affetto, aveva fino da quel tempo, dedicato alla patria e vite e sostanze, e non indietreggiava dinanzi ad alcun sacrificio, che potesse tendere allo scopo.
       Da allora data quell'amicizia dei miei e mia per i Cairoli, la quale, lungo le vicende del risorgimento, si fece sempre più intima e più schietta. Benedetto chiuse pietosamente la tomba di mio padre, me lontano su le spiagge africane; Benedetto mi considerò come fratello, ed io lo ricambiai d'ineffabile devozione, che alla sua memoria conservo inalterata.
       Insieme con quelle anime nobilissime, c'insegnavano a servire la patria Angelo Bassini, già provetto, che c'intratteneva della difesa di Roma, cui aveva preso parte, e della sua familiarità con Pippo (così chiamavasi fra gl'iniziati il Mazzini); Giacomo Griziotti, che ci consigliava con l'autorità dell'esperto cospiratore; Berduca, i fratelli Novaria, e tanti altri pavesi, che ci colpivano potentemente la fantasia con l'audacia de' propositi e de' desiderii. Un Franzini ci offriva sovente cordiale ospitalità per le riunioni segrete.
       In quei ritrovi si leggevano le. gazzette portate clandestinamente dal Piemonte, si commentavano gli scritti del Mazzini e del Cattaneo, severamente proibiti, si discutevano calorosamente gli argomenti politici del giorno, dopo di aver provveduto, già s'intende, al pericolo non immaginario di essere spiati o sorpresi dalla polizia.
       Quasi tutti i patrioti, pavesi o studenti, erano più o meno mazziniani, come portava l'indole di quei tempi, in cui le tradizioni della Giovine Italia perduravano rigogliose, il periodo delle cospirazioni non era chiuso, e la fama del Mazzini splendeva fulgida nel cielo delle speranze d'Italia. Non mancavano però anche a Pavia i moderati, che aspettavano principalmente dal governo del Piemonte la salvezza, mentre noi altri confidavamo innanzi tutto nella iniziativa popolare.
       I caffè della Posta, della Fenice, dello Svizzero, escluso il Demetrio messo all'indice perché frequentato dagli ufficiali, le bettole del Carini e della Capanna accoglievano i vari gruppi politici, i quali si stringevano senza esitazione in un solo fascio, quando si trattava di dimostrazioni solenni.
       Non conto fra queste i fischi ai poliziotti, gli sgorbi sui muri con iscrizioni contro l'Austria, le canzoni bellicose (per le quali una sera venni arrestato anch'io); ma intendo per solenne la dimostrazione del marzo 1858, quando l'Università intera assistette alla messa celebrata nella chiesa del Gesù in suffragio dell'anima di Felice Orsini, giustiziato a Parigi. Gli organizzatori di questa cerimonia, un Travelli di Busto e un Morini di Venezia, non vennero mai scoperti dalla polizia, che dovette contentarsi di tormentare il povero vecchio prete, che aveva ufficiato senza sapere di che si trattasse.
       Quando si riaprì l'Università dopo le vacanze, nel novembre del 1858, il fermento assunse proporzioni più gravi. Gli studenti frequentavano oramai più i conciliaboli che le aule universitarie, e i professori, che fiutavano la guerra nell'aria, invano tentavano di mostrarsi severi. Le animosità fra gli studenti e la popolazione da un lato e la guarnigione austriaca con la polizia dall'altro, s'invelenivano ogni giorno di più, e il pericolo di una conflagrazione sanguinosa diventava imminente.
       Un sinistro fatto venne a dare alla situazione una tinta sempre più tetra. Essendosi adottato in Lombardia, insieme con tanti altri sistemi di protesta, quello dì astenersi dal fumare, ciò che scemava le entrate dell'erario imperiale, nel dicembre gli studenti, in massa, organizzarono una processione, nella quale gl'intervenuti sfilarono per la città, ciascuno con una pipa di gesso spenta in bocca o infissa nell'occhiello dell'abito o sul cappello.
       Un certo Briccio, professore di veterinaria, noto austriacante, avendo schernita la dimostrazione, con l'accennare in un pubblico negozio alle pipe di gesso e dire "ecco l'arma degli' italiani, venne poche ore dopo pugnalato sul Corso, di prima sera in mezzo alla folla; nè quantunque campasse ancora dieciotto ore, ei potè pronunciare una parola, o dare indizio dell'uccisore. L'arma, dalla lama triangolare, dalla impugnatura con una corona, un teschio e un angelo, lasciata con evidente premeditazione nella ferita, indicava con atroce ironia la ragione della vendetta.
       Lo sciagurato omicidio, nell'eccitamento generale delle menti, non fu stigmatizzato come meritava. Il Travelli vi scrisse su una poesia che incominciava:

       Da un rotto brando nacque il pugnale,
       Di forte acciaro, terso ed acuto;
       Ad un tiranno, colpo mortale
       Vibrò dapprima: per man di Bruto:
       Scende da quello, per ordin retto;
       Il mio stiletto!

e finiva con la strofa lugubre:

       E’ fredda l'aria, la notte oscura;
       Un'ora attesa, per Dio, è giunta.
       Stringe la mano l'impugnatura,
       La via del cuore cerca la punta.
       E’ morto ? Bene! Andiamo a letto;
       Vieni, stiletto!

       Il triste contagio della imitazione fece perfino serpeggiare il proposito di rinnovare l'esempio del Briccio sugli ufficiali tedeschi (tedesco, od anche croato erano sinonimi, non del tutto smessi dalla nostra generazione, di austriaco): ed in qualche crocchio si tirò a sorte a chi spettasse incominciare. Ma, ben inteso, la gentilezza innata dei giovani e la rettitudine degli animi stornarono subito il turpe disegno. Così nelle Università della Germania, quando Schiller pubblicò i “Masnadieri”, per analogo processo morboso, gli studenti, esaltati dalla lettura del dramma, si buttavano alla macchia.
       Oramai qualunque incidente serviva di pretesto a far baruffa. Una sera dello stesso dicembre, dinanzi al caffè Demetrio, in seguito ad uno schiaffo dato dal tavoleggiante ad un ufficiale, per poco non si venne alle mani. Si era già rotto il selciato, preparate le catene da sbarrare il Corso; ma i soldati si ritrassero nel Castello.
       La polizia sbuffava; arrestava alcuni studenti e li rinviava alle loro case; altri chiamava negli uffici ed ammoniva severamente: aveva un po' perduto la testa. Finalmente si decise a chiudere l'Università, e noi rientrammo in seno alle nostre famiglie a prepararci ad un'azione più efficace, che non fossero le dimostrazioni di Pavia.
       Certo, la fortuna arrise a quella generazione di studenti, mettendole innanzi un compito preciso, nobilissimo; ma da parte loro essi possono menar vanto di aver risposto degnamente al loro obbligo. Gli elenchi dell'Università di quegli anni sono riprodotti per intero sui ruoli dei reggimenti piemontesi e garibaldini. Le eccezioni si contano e si scusano. Molti di quei nomi si leggono sulle lapidi commemorative; molti stampati nelle pagine più gloriose delle nostre guerre. A centinaia mi si affollano sotto la penna.
       Cito, perché dividevano con me il quartierino della vecchia signora Teresa, testimonio di tante giovanili spensieratezze, Luigi Esengrini, biondo, fine, sentimentale, e Steno Mainoni col fratello Gigi, che fu poi promosso sul campo di battaglia, bruni ambedue, ben piantati come due giovani Ercoli, e, insieme con Giovanni Mozzoni, intrepidi cacciatori al cospetto di Dio. Essi, più tardi, divennero tutti brillantissimi ufficiali di cavalleria.
       Furono invece in fanteria i fratelli Giuseppe ed Emilio Rebuschini, fieri montanari del lago di Como, e Luigi Cantoni, tanto originale, e Antonio Nessi bello, intelligente, nostro capo riconosciuto, i quali con me ed altri pochi misero insieme una mensa economica amministrata da Guglielmo Miani, indimenticabile per il brio che vi regnava e per l'esaltazione politica. Si compose perfino e si musicò una canzone, destinata nelle nostre menti a diventar l'inno universitario; i versi, che rammento,

       È giunta l'ora,
       Tuona il cannone,
       Ecco i risorti
       Di Curtatone....

e l'aria, che mi ritorna all'orecchio, mi provano però che quell'inno meritò l’obblio profondo in cui cadde.
       In seguitò alla sfida gittata ai governi stranieri e reazionari della penisola col famoso discorso della corona del 10 gennaio 1859, avendo il re Vittorio Emanuele affrettati gli armamenti ed aperti gli arruolamenti dei volontari, la falange universitaria non esitò un istante, e deludendo la sorveglianza delle guardie austriache con l'aiuto dei patrioti scaglionati sul confine, si rovesciò in Piemonte. Io partii, naturalmente, come gli altri, ma senza fatica o pericolo, perchè mio padre, che possedeva un passaporto per la famiglia, il 13 febbraio 1859, insieme con mia madre mi accompagnò oltre il Ticino, limite fra i Stati, a Varallopombia, donde m'indirizzai a Genova per raggiungervi un gruppo di condiscepoli, che mi avevano preceduto colà.
       Ci eravamo dato convegno a Genova, perché essendo noi decisi, in omaggio ai principii, a combattere sotto gli ordini di Garibaldi, e non sembrando allora ben indicata la destinazione dei nuovi corpi che si costituivano, nè bene stabilito a chi verrebbero affidati, volevamo chiedere un parere ai più sicuri amici del generale, che colà dimoravano. E questi ci consigliarono a rimanere a Genova, e ad aspettare: il Bertani, perché non vedeva la situazione politica bene delineata, non fidando egli nelle intenzioni del governo riguardo a Garibaldi; il Medici, perché voleva pigliarci con sè nel corpo che gli sarebbe toccato di comandare, essendo noi un nucleo di giovani gagliardi e arditi. E noi, indecisi, rimproverati della nostra inerzia dalla coscienza e dall'esempio di tanti compagni già entrati nell'esercito, non sapendo che cosa risolvere, passavamo le giornate a tirar di sciabola nella sala d'armi, o a nuotare in mare alla spiaggia del Bisagno nonostante la rigida stagione, o a bisticciarci come avviene quando regna il cattivo umore, invidiando i profughi dei Ducati, i quali arrivavano a frotte dalla Spezia, e, senza tanti scrupoli, si avviavano a Torino ad indossare la divisa delle truppe regolari. Finalmente, dopo tre settimane mortali, capitò a Genova Francesco Simonetta, che comandò poi in quell'anno le guide di Garibaldi. Gli esponemmo la nostra situazione, ed egli, e come cugino mio, e come patriota, ci fece una gran paternale; ci dimostrò che non era tempo di disquisizioni politiche; ci persuase a seguirlo, e ci portò senz'altro a Torino.
       Che vita allora, che andirivieni in quella città! Mi pareva di essere a Milano, tanto Torino era piena zeppa di milanesi di ogni classe, venuti per arruolarsi. Per darne una idea, Manfredo Camperio, che entrò soldato nel reggimento Savoia Cavalleria, mi diceva scherzando, che avrebbe ammirato di più quel giovine, il quale avesse il coraggio di fermarsi a Milano, e fare così diversamente dagli altri, di noi, che ci volevamo battere.
       Lieti e soddisfatti, dimentichi di ogni fisima politica, ci presentammo dunque all'ufficio di leva, e passata, celiando, la visita, il 7 marzo tutta la piccola comitiva di Genova si arruolò nell'esercito regolare, sottoscrivendo, senza neppur leggerlo, il foglio d'ingaggio per un anno. I miei compagni vennero destinati al corpo dei bersaglieri, il nostro ideale dopo la decisione presa. Io invece, a cagione dell'alta statura, che superava di alcuni centimetri il limite prescritto, venni assegnato, con mio sommo rammarico, al reggimento Granatieri.
       Accompagnati prima i nuovi bersaglieri insieme coi Simonetta, che fra loro aveva un nipote, Carlo Dall'Acqua, al deposito in Cuneo, e salutati colà altri amici incorporati nei Cacciatori delle Alpi, che si stavano organizzando in quella stessa città, finalmente a mia volta, l'11 di marzo, raggiunsi in Alessandria il mio reggimento, accasermato nella cittadella.
       Un fiero reggimento, se altro mai! Ancora oggi non rammento senza profonda emozione l'istante, in cui varcai la soglia di quella caserma, e sentii di appartenere anch'io a quella brigata Granatieri di Sardegna, vecchia di duecento anni, superba di tante gloriose gesta: una brigata, che ricorda con orgoglio l'Assietta, Santa Lucia, Goito, Novara, la Cernaja e Custoza. In Crimea, là, su le spiaggie del Mar Nero, non so più per quale sequela di circostanze, a' granatieri di Sardegna venne affibbiato da' loro commilitoni del Piemonte il soprannome di "Cavalleggeri di Kamara sproun d'boss”, Cavalleggeri di Kamara dagli sproni di legno, che poi si impose per sempre alla brigata. Oggi ancora quel nomignolo strano e giocondo mi suona caramente all'orecchio.
       Venni immatricolato al N. 4721 ed ascritto alla 2a compagnia. Il caporale mi condusse al magazzino, donde, secondo la lista del libretto di massa, ritirai il mio corredo, e uscii pavoneggiandomi del cappottone grigio dai bianchi alamari, della daga dalla impugnatura splendente, dell'alto keppy ben più artistico del moderno pentolino, delle granate fiammeggianti ripetute sulle placche o sui bottoni. Il sergente mi assegnò, nel camerone della squadra, un posto per la notte su di un pagliericcio condiviso da un granatiere di leva; alle 5 del mattino , appena battuta la diana dai tamburi, che allora si usavano, con un fracasso indiavolato, egli mi tirò per i piedi gridando: "Ausseve, seve malavi?” e mi mandò alla fontana nel cortile a fare toletta, consegnandomi infine ad un altro sergente, che mi tenne per tutto il giorno a contare "un, dui” in piazza d'arme, ed a masticare teoria nel quartiere.
       Mia madre, venuta subito a vedermi, con frasi coerenti alla sua incrollabile fede politica scrive: "fui a trovar Giulio. E’ allegro, contento della sua risoluzione. E come non esserlo, colla coscienza più che soddisfatta? Il corpo di Garibaldi sta organizzandosi. Era il sogno suo e de' suoi compagni repubblicani, quello di mettersi sotto la sua bandiera. L'amor vero di patria chiedeva loro anche questo sacrificio. Fu fatto, con gioia...”
       Ed aggiunge la narrazione di un fatterello, che non so fare a meno dal ripetere con le sue parole: "Al comparire sulla piazza d'Alessandria di una massa di volontari non ancora vestiti dell'uniforme, osservai ad un popolano piemontese non essere possibile, che fino a quel giorno fossero solo tremila i volontari lombardi arruolati, quali li davano i giornali. Egli rispose: È che nel 48 si diceva molto e si faceva poco; oggi si fa molto e si dice poco.” Aurea massima, che dovrebbe essere la divisa di quanti operano e lavorano in Italia.
       La impressione prodotta in me dal nuovo genere di vita, così diverso dal consueto, anche indipendentemente dall'entusiasmo che ci dominava, non fu affatto spiacevole. Il lavoro continuo, sano, energico, non dava tempo alle inutili fantasticherie; l'appetito si manteneva eccellente, sicché appena il tamburo batteva la barlocca ossia la fine dell'esercizio, ci precipitavamo come lupi dal cantiniere, che fece in quell'epoca affari d'oro. La manovra m'interessava e mi divertiva; e la idea di temperare il corpo a nuove fatiche e di rendere lo spirito indifferente alle piccole miserie dell'ambiente, mi andava a genio. La prova migliore che mi sommettevo di buona voglia a quel regime, sta nel non aver mai subita una punizione, nel non essere mai rimasto indietro in una marcia.
       Ho poi la convinzione di avere imparato là, sotto il regime di quella disciplina rigorosa, "senza cui nessun corpo militare può sussistere” come scrisse Garibaldi, ad adempiere scrupolosamente il dovere non solo nella sostanza ma anche nella forma, e che l'impronta stampata nel carattere, nella coscienza, nel contegno dal rigido ambiente militare, mi abbia sempre giovato nel corso della vita. Io serbo perciò una gratitudine speciale alla memoria di Francesco Simonetta, il quale, con amichevole violenza, mi persuase ad entrare nell'esercito regolare.
       Ebbi invero la buona sorte d'imbattermi in superiori, che fecero quanto stava in loro per rendermi meno ingrato il nuovo servizio, incominciando dal mio capitano, il marchese Reggio, garbato gentiluomo genovese. Questi però venne ben presto destinato al deposito, perchè le conseguenze di una grave ferita alla testa, toccata a Genova nei 1849, gl'impedirono di prendere parte attiva alla campagna. Fu sostituito dal capitano Fezzi.
       Il mio maggiore , il conte Eugenio di Santa Rosa, figlio del celebre Santorre, intimo de' miei parenti, mi usò, durante la campagna e dopo, riguardi paterni. Era davvero, come si dice, un bel tipo: tarchiato, nero, negletto nell'uniforme, con una voce chioccia perduta nei grossi baffi, che faceva tremare i granatieri quando compariva in caserma, o giungeva in piazzar d'arme sul noto cavallo di colore isabella. Guai a chi gli capitava fra i piedi, quando qualche cosa non andava a suo verso; tempestava , afferrava per l’abito, minacciava, gridando in falsetto: "Av taju la faccia, canaja!” Ma si calmava subito.
       I più ameni aneddoti su le eccentricità di lui correvano pel quartiere, e formavano il tema obbligato delle facezie dei sottufficiali; ed eccentrico egli era davvero. Del resto, gentiluomo di antico stampo, decorato di Crimea, buon Soldato.
       Nè la sua pagina politica mancò più tardi di pregio. Egli nel 1860, appena Garibaldi entrò in Napoli, fu pel primo inviato colà alla testa della brigata Re, 1° e 2° reggimento di fanteria a rappresentare in certa guisa l’esercito e l'autorità di Vittorio Emanuele di fronte al dittatore, e disimpegnò la difficile delicata missione con molto tatto e con molta prudenza. Quando poi nel 1862 venne a lui affidata la custodia di Garibaldi al forte del Varignano, egli vi si comportò in modo da accaparrarsi non solo la stima ma anche l'amicizia dell'illustre prigioniero.
       Il vecchio colonnello Massa, che comandava il 1° reggimento, era, al contrario, magro, alto, bianco, rigido. Ogni tanto compariva anche lui in piazza d'arme, su di, un lungo cavallo; a constatare i progressi nell'istruzione di noialtri coscritti, e piantandosi dinanzi al plotone, c'inchiodava con un energico: "Fermi?”, che ripeteva con voce sempre più vibrata. Dopo il “Guard'a voi”, pretendeva una immobilità ideale, come quel generale russo, il quale, in piazza d'arme a Pietroburgo, rispondeva stizzito al militare francese, che lo complimentava per il contegno dei soldati nei ranghi: "Mais ils respirent ces animaux, ils respirent!”
       Questa storiella soldatesca, venutami alla mente a proposito del mio bravo colonnello, mi fu raccontata a Samarcanda nel 1870 dallo Skobeleff, allora maggiore degli usseri della Guardia, diventato poi l’eroe di Plevna. Un uomo singolare, sul cui conto, giacchè mi è accaduto di nominarlo, mi sia lecita una breve digressione.
       Distintissimo e biondo della persona, Michele Dimitrevich Skobeleff con la grazia slava univa la squisitezza delle maniere francesi, come nel morale al razionalismo e allo scetticismo, da lui succhiati a Parigi, accoppiava il militarismo più austero e l'assolutismo più intollerante, compendiando, ne’ suoi brillanti paradossi e nelle sue frequenti contraddizioni di spirito, le qualità che tanto ci colpiscono ne' russi colti e civili. Mi diceva sin d'allora, nelle lunghe sere passate insieme, i sogni ambiziosi del suo cervello; e veramente già sin d'allora meravigliava con la parola nella discussione, come con la temerità negli atti. Durante una gita a Pengekent, in fondo ad una valle all'oriente di Samarcanda, in febbraio, con la neve, mi fece percorrere quelle sessanta verste, di galoppo, in una gara non interrotta, di velocità fra i nostri cavalli, seminando per la via la scorta dei cosacchi, che montati meno bene di noi non ci potevano tener dietro.
       Confesso, che in quel tempo lo giudicai un po' leggero, e non avrei sospettato, quantunque mi paresse molto intelligente, che fosse destinato ad effettuare così splendidamente il suo programma, e a spandere la fama del suo nome nel mondo intero.
       Tornando ora al mio reggimento, devo dire che degli altri superiori di maggior grado mi è rimasta una impressione assai vaga, perchè tanto il generale Scozia dì Calliano, che comandava la brigata, quanto il generale Castelborgo, che comandava la divisione, si vedevano di rado e alla sfuggita. Quest'ultimo poi ci condusse solamente fino a Milano. Dopo l'ingresso (9 giugno), gli venne affidato in quella città un ufficio sedentario più adatto per lui, ed alla nostra divisione si destinò il generale Giovanni Durando, comandante la 3a; mentre a comandare la 3a divisione venne promosso il generale Mollard, che si elesse capo di Stato Maggiore il Ricotti tolto alla divisione di riserva.
       Quegli invece, che ricordo sempre perfettamente, e la cui maschia figura, come allora la vidi, non mi si cancella più dalla mente, è re Vittorio Emanuele, che i soldati, con un sentimento indefinibile di affetto insieme e di orgoglio, chiamavano familiarmente Vittori, e che passò parecchie volte durante la campagna davanti alla fronte del reggimento, acclamato sempre con sincero entusiasmo da que' mille giovani petti.
       A formare il contingente, numerosissimo, dei volontari assegnati a' granatieri di Sardegna, avevano contribuito e nobili e popolani, letterati, artisti, studenti, operai delle città e lavoratori del contado. Fra’ cento è cento, ricordo i fratelli Bazzoni e Tagliabue, Medici di Marignano, Caj, Brusa, Porta, Torri, Guidotti, Biffi, Agrati, Papetta, Bari, Chiala. Soltanto della mia provincia natale rammento Antonio Nessi, Emilio Bonizzoni, Achille Franchi, Ezechiele Trombetta con il fratello Fortunato, morto combattendo, i tre Pagani, i tre Corti, i due Gatti, i due Martinez, di Como; Cesare Bizzozero e De Gianni, di Varese; Cesare Cadario, che si battè tanto valorosamente il 24 giugno, e Roncari, di Besozzo; i fratelli De Vecchi, di Gavirate; i fratelli Torri-Tarelli, di Lecco.
       Le tradizioni di rivalità regionale, che serpeggiavano ancora nelle nostre file col loro spirito mordace, attribuivano ad ogni gruppo attitudini e tendenze speciali. Si diceva, per esempio, che i lombardi, bonari e compiacenti, tolleranti dei disagi, discutevano e ragionavano troppo; che sotto l'aria modesta nascondevano un gran desiderio di essere altamente apprezzati, e di nulla si dolevano più che dell'essere noncurati. Si dicevano arguti i toscani, ma scansafatiche, appassionati i romagnoli, riluttanti alla disciplina i genovesi, loquaci i veneziani. Nei piemontesi riconoscevamo le nature meglio equilibrate per la milizia, ma anche le meglio atte a farsi valere. Dopo pochi mesi però tutti avevano egualmente dimostrato di poter diventare buoni soldati. La intimità della caserma e del campo, che accomunava, senza distinzione di regioni e di ceti, elementi sino allora estranei gli uni agli altri, ne smussava gli angoli, ne vinceva le prevenzioni, e sostituiva, a breve andare, la reciproca fiducia al riserbo inevitabile de' primi giorni. E così da pertutto, in tutti i reggimenti dell'esercito combattente. Prezioso risultamento, che esercitò non poca influenza nelle campagne successive e sui futuri destini d'Italia.
       Nessuna norma fissa che io sappia, aveva presieduto alla distribuzione dei volontari nelle compagnie. Nella 2a non ve n’erano moltissimi; in essa mi raggiunse il figlio del mio professore di Pavia, Vergani, giovinotto alto, biondo, di ottimo cuore, noto fra i condiscepoli per la poca voglia di studiare: lo ebbi sempre d'occhio, quantunque appartenesse ad una diversa squadra, per contentare il buon professore che me lo aveva tanto raccomandato.
       Io appartenevo alla quarta squadra, alla quale era preposto il sergente Quasso, ottima pasta d'uomo, preso particolarmente di mira, non so perchè, dal capitano Fezzi. "Quasso!” egli gridava dieci volte di seguito, e Quasso correva a subire sempre, con la stessa flemma, la solita sfuriata; nè Quasso, anima buona, pensava mai a riversare su noi il malumore di cui era vittima.
       Compagni volontari avevo nella squadra, un bolognese, insopportabile, perchè si lamentava continuamente di tutto; un parmigiano, buonissimo diavolo; un giovinetto livornese, di umili natali, tranquillo e bravo quanto mai. Con questi ultimi due combinavo quasi sempre la tenda.
       Per numero e qualità di volontari andava distinta la 3a compagnia. I suoi cameroni figuravano in cittadella come i più aristocratici. I due fratelli Aceti, i tre fratelli Caccia erano anche stati nominati sulle gazzette.
       Si parlò assai, allora e dopo, della cattiva accoglienza, che i volontari ebbero dall'esercito regolare piemontese. In ciò va fatta molta parte alla esagerazione, molta alla ragione. Quegli antichi reggimenti piemontesi, solidi, con gerarchie consacrate dal tempo e dallo spirito di corpo, con norme di disciplina inflessibili, e nei quali, confessiamolo pure, la dottrina e la coltura non abbondavano, venivano senza dubbio un po' scossi nella loro compagine dalla introduzione di un elemento affatto nuovo e inaspettato, che non poteva quindi non essere ricevuto che con diffidenza. Gli ufficiali, quasi tutti militari per tradizione di famiglia, abituati a comandare a soldati, che riconoscevano in loro un'autorità incontestata, non potevano accettare lietamente, nelle file, giovani troppo intelligenti per trasformarsi d'un tratto in reclute passive, giovani pieni di certe idee, che sembravano inutili anzi dannose nell'esercito. I sottufficiali si seccavano di comandare subordinati, sovente a loro superiori per condizione sociale e per educazione; e quando si sentivano "legge la vita” o "fe la carta” da una manica di coscritti, non avevano torto di sbuffare e minacciare di "sgnacchè in croutoun”. I soldati, che poco capivano del movimento nazionale, non ancora ben persuasi che il Piemonte fosse in Italia, diffidavano di cotesti commilitoni non della classe loro, ignoranti del dialetto piemontese, la lingua classica dell'esercito: e li guardavano con sospetto. Peggio poi i contingenti, cosidetti provinciali, che attribuivano ai volontari la provocazione della guerra, e quindi la colpa del loro richiamo sotto le armi, e verso i quali dimostravano in tutti i modi il risentimento, per essere stati strappati alla famiglia. "Vieni dall'Italia, tu?”, domandavano curiosamente, mentre si stava a chiacchierare nel camerone; “e perchè ti sei arruolato in Piemonte?” E quando si rispondeva con una tirata patriotica, crollavano il capo: "quante balle! va là che sei venuto per la gamella!” E magari subito dopo chiedevano in prestito una moutta, moneta allora in uso del valore di quaranta centesimi. Non di rado volavano anche dei sonori scappellotti, e questi valsero, forse più di molti altri argomenti, a cementare il sentimento della fratellanza nazionale. Quando l'Aceti, accettata lì per lì, per gioco, da un vecchio granatiere, la sfida alla baionetta innestata sul fucile, e nel bel mezzo del camerone, presente la compagnia che faceva loro corona, ferì l'avversario, egli, con quel colpo di punta, favorì la nostra causa meglio che con qualsiasi eloquente discorso. Non tralasciammo d'altra parte di provare le buone disposizioni dell'animo nostro verso loro, concorrendo, e largamente, alla sottoscrizione nazionale, che fu aperta a beneficio delle famiglie povere dei provinciali.
       Per essere giusti bisogna confessare, che molti dei nostri offrivano pur troppo appiglio alle recriminazioni. Provenienti da regioni, dove l'aborrimento per lo straniero da tanti anni distoglieva i cittadini dalla carriera delle armi; dove stimavasi obbrobrioso ogni contatto con chi vestiva la divisa militare: cresciuti senza tradizioni guerriere, senza spirito di disciplina, i volontari facilmente consideravano i superiori come tiranni, il regolamento come una pedanteria, e scherzavano su le minuzie della teoria, discutendo ove il discutere è colpa. Nè mancavano coloro, che rimpiangendo noiosamente gli agi abbandonati, pretendevano fantastici trattamenti, aumentando nel reggimento la categoria dei così detti pelandroni. Un certo conte, di cui ho dimenticato il nome e la compagnia, era evitato da tutti, perciò non rifiniva dal rimpiangere i suoi cani, i suoi cavalli, non so ancora che cosa altro di suo. Guai a capitargli fra le unghie!
       Per me, non ebbi che a lodarmi sempre, lo ripeto, della bontà e della cortesia degli ufficiali, dei sergenti e dei commilitoni. Perfino dell'ospedale militare di Alessandria, ove entrai affetto da una lieve gastrite, conservo un ricordo non disaggradevole. Mi venne assegnata una linda cameretta, insieme con un altro volontario, che non so perchè passava la giornata a guardarsi in uno specchietto. Fui messo in un lettuccio di ferro dalle candide coltri; il medico mi curò bene; suor Maria, una monaca avvenente e gentile, mi assisté con premure angeliche. Senza l'incubo di veder partire il reggimento, e rimanere indietro, avrei trovato quel soggiorno niente affatto penoso; tanto più che le visite, le lettere, le attenzioni degli amici, dei parenti e dei commilitoni furono, in quella occasione, perfino esagerate. Guarii in pochi giorni, e fattemi impartire lezioni private dal sergente, fui ben presto alla pari, nella istruzione, coi migliori del plotone di coscritti cui appartenevo, e con essi, compiuto il corso e subito l'esame del colonnello, passai al battaglione, ed incominciai, altero del mio grado di soldato, a montare la guardia, andare alla provvista, pulire la camerata, prestare infine quei servigi di onore e di fatica inerenti alla nuova posizione.
       Tornarono a visitarmi in quel tempo, cioè verso la fine di aprile, mia madre e mio fratello, con la intenzione di fermarsi pochi giorni. Ma sorpresi dallo scoppio della guerra, restarono bloccati in Alessandria; ed io ebbi il piacere di passare gli ultimi giorni della guarnigione vicino ai miei diletti, e di raccogliere, partendo per il campo, il loro saluto quale fausto presagio.
       Naturalmente spendevo con loro tutte le ore che avevo disponibili, ed essi aiutavano me e i miei amici a sopportare le delusioni, ohe alle volte ci abbattevano il morale. Ogni giorno, in omaggio al proverbio milanese "temp de guerra ball come terra", si diffondeva una notizia nuova, che noi candidamente accoglievamo per vera, desolati quando pareva ci si allontanasse dalla occasione di menar le mani, che era il supremo desiderio nostro, entusiasti addirittura quando pareva ci si avvicinasse. Per esempio, se correva la voce che gli austriaci avanzavano sopra Alessandria, diventavamo felici come principi, senza riflettere più in là, e ricadevamo nella inquietudine quando la voce si smentiva. E tanto più cresceva la nostra inquietudine quanto maggiore era il sospetto, insinuatosi non so come fra noi, che i granatieri dovessero rimanere sempre nella riserva. L'umorismo piemontese aveva perfino inventato, per esprimere la inazione a cui era destinata la brigata, un bisticcio, che si ripeteva ad ogni istante con quella insistenza, che è tutta propria delle masse dei soldati: "Andoumma a Pavia", che suonava nello stesso tempo: "Andoummà pa via", non ci moviamo.
       Quando mia madre, verso la quale gli ufficiali del reggimento usavano ogni deferenza, raccontò al maggiore Santa Rosa del nostro rammarico perchè gli austriaci non progredivano, avendo egli risposto: "dica a suo figlio che andremo noi a cercarli e che fra quindici giorni saremo in Lombardia”, bastò questa frase per rianimare i nostri spiriti depressi.
       E finalmente arrivò, anche per noi il dì sospirato della partenza: e fu il 1° maggio, alle 3 pomeridiane, dopo l'arrivo in Alessandria dei furieri francesi per preparare gli alloggi alle truppe. Come Dio volle, anche i granatieri allacciarono gli sproun d’boss della leggenda, e mossero incontro al nemico, acclamando ai nuovi orizzonti di aria, di sole, di gloria, felici di poter abbandonare i cameroni afosi della caserma, per i liberi campi, per la tenda amica a fedele, che li protesse fino al termine della guerra.
       Mia madre e mio fratello erano nella piazza d'arme della fortezza a vederci sfilare. Il fratello giovinetto fremeva d'invidia generosa; la madre nascondeva l'interna ambascia, augurando a me ed ai compagni prospere fortune. Fu breve l'addio, ma ci scambiammo il cuore. Mia madre affidò al suo diario le segrete angosce di quell'ora, lo spasimo provato poi, mentre dagli spalti di Alessandria udiva il cannone tuonare a poche miglia, là, ov'era suo figlio; eppure giammai nelle sue lettere inviate al campo smentì la fermezza dell'animo. Rimasta in Alessandria fino al 6 di giugno, ebbe alleviato il cordoglio di quelle lunghe giornate dalle attenzioni del R. Commissario Giacomo Plezza, suo cugino, dalle premure affettuose della famiglia Pera, che nomino a titolo di riconoscenza, e dall'amicizia dell’abate don Giuseppe Ausenda, che era stato precettore dei suoi fratelli e familiare di casa, un patriota, un letterato, intimo del Torti e del Mauri, emigrato in Piemonte sin dal 48, ed accorso ora in Alessandria a prestare negli ospedali militari l'opera sua a pro dei feriti.
       Per me, lasciandomi dietro Alessandria, mi sentivo beato d'incominciare la campagna colla viva immagine nel pensiero e nell'animo della madre; adorata, sotto l'auspicio del suo santo abbraccio; e libero di cure, ardente di speranze, esuberante di forze, mi lanciavo in quelle nuove vie della vita, disposto a sfidare l'universo.


Capitolo Secondo: San Martino (1859)

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