Gelasio Adamoli - La direzione de "L'Unità" (1951-1957) - Lettere al Direttore


Razzismo americano (1952)

Sono un cittadino americano. Le debbo esprimere la mia indignazione per quanto ha pubblicato L'UNITA' per un articolo che mi aveva attratto per la grandezza del titolo e in cui si parlava della vita dei neri negli S.U. d'America. Mentre leggevo mi stropicciavo gli occhi per convincermi di essere sveglio: L'UNITA' passava ogni limite e ho dovuto fare uno sforzo per giungere fino in fondo. Ho poi messo da parte il mio orgoglio ferito e le ho scritto per chiederle, ammesso che gli americani perseguitino i negri, cosa inaudita per chi conosce la civiltà americana, di rispondermi a queste domande: 1) sono forse i negri civili, intelligenti come i bianchi in modo da poter stare a loro pari, da poter vivere nella nella stessa città?; 2) non è forse vero che i neri sono malati e che potrebbero comunicare le loro malattie agli altri, specie i bambini?; 3) non sono forse ubbriaconi, rissosi, assassini, violentatori? (Dott. P.S.)

             Lei mi perdonerà se ho riassunto la sua lettera, egregio dottore, riconoscerà però che sono stato fedele alla sostanza del suo scritto. Le assicuro che quando ho finito di leggerlo, ho dovuto stropicciarmi io gli occhi per essere certo di non sognare, poiché forse solo nell'altro mondo (voglio dire in quello dei sogni, non in America...) sono possibili certi paradossali e contraddittori ragionamenti.
             Credo necessario anzitutto chiarirle che l'articolo a cui lei si riferisce – pubblicato nella nostra Unità del 27 dicembre scorso – sia nel titolo (“Noi accusiamo il governo americano per i crimini contro il popolo negro”) che nel contenuto, non era dovuto alla fantasia di un giornalista pagato da Mosca, cosa di cui lei pare sia convinto, ma era tratto da una relazione presentata dal signor William Patterson, cittadino americano, segretario del “Congresso Americano dei diritti civili” all'Assemblea generale dell'ONU a Parigi. Tutti i fatti citati, e che lei dice di aver letto con crescente senso di indignazione, sono esposti in quella relazione e la loro completa documentazione si trova presso la segreteria dell'ONU.
             Le ho detto ciò solo per precisarle l'ufficialità dell'articolo che tanto l'ha disgustato, ma la denuncia del suo connazionale signor Patterson all'ONU non ha rivelato nulla di nuovo, poiché il razzismo americano ha una sua lunga, tragica, inumana storia ed è sempre una realtà di cui lei stesso offre la più sconcertante conferma.
             Io non ho nulla da rispondere alle sue domande, il solo accettarne la discussione significherebbe accettarne in qualche modo la rivoltante concezione razziale. Le sue domande dimostrano come la “civiltà americana”, quella a cui lei ha attinto la sua educazione e la sua cultura, ha creato un razzismo che non si sforza neanche di riferirsi ad una pseudo-filosofia tipo De Gobineau o Rosenberg, ma si accontenta di banali e grottesche figurazioni medioevali.
             Se ho ben capito, i crimini che nel suo Paese vengono compiuti verso i negri non l'offendono affatto, ciò che l'offende è che noi li denunciamo come segno di una disonorante inciviltà.
             Forse lei si è chiesto: Ma l'Unità non si è mai preoccupata della sorte dei topi o dei cani, perché si preoccupa di quella dei negri che, come ha dichiarato il reverendo Harrison, non valgono più di un cane?
             E avrà anche pensato: Ma nell'Italia di De Gasperi è ammissibile che si metta in discussione la “civiltà americana”?
             Ecco, non se la prenda con De Gasperi, anche in ciò egli fa quanto gli è possibile per non dispiacere ai padroni americani. In occasione di uno degli ultimi assassini legali perpetrato negli Stati Uniti d'America, l'esecuzione del negro Willie Mc Gee, tutta la stampa mondiale di ogni tendenza e di ogni colore, ha condotto una vigorosa campagna per salvare un innocente. Hanno pubblicato articoli negli Stati Uniti la rivista The Nation e lo stesso New York Herald Tribune, nell'URSS le Isvetia e Tempi Nuovi, in Francia Le Monde, il social-democratico Le Populaire, il gollista Combat, in Inghilterra il Manchester Guardian, in Cecoslovacchia, in Polonia, nell'Ungheria, in Bulgaria e in Romania tutta la stampa democratica. Solo in Italia la stampa governativa e filogovernativa, fedele alla consegna, ha taciuto, ma si è levata la voce della stampa democratica. Questa voce l'offende, egregio dottore, ma sappia che essa è la voce vera di un grande popolo che respinge l' “ordine nuovo” dei razzisti d'America e lotta per la conquista di una vera civiltà che abbia come primo fondamento l'eguaglianza di tutti gli uomini.
             Me ne rincresce, dott. P.S., ma saremo costretti a darle altri dispiaceri e forse qualcuno maggiore di quello che le abbiamo dato con i nostri articoli di denuncia del razzismo degli americani come lei.


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