Gelasio Adamoli - La direzione de "L'Unità" (1951-1957) - Lettere al Direttore


Ma che cos'è questa RAI? (1952)

Molti cittadini credono che la RAI sia veramente dello Stato, cioè di tutti, mentre la realtà è che la RAI è uno strumento di difesa degli interessi dei gruppi monopolistici. L'Unità fa ancora poco per smascherare l'asservimento della RAI alla politica governativa. (Gianni Nobile – Genova)

La RAI è un ente governativo o privato? (Alfredo Belli – via Isonzo 24a-7 – Genova)


             La RAI è ancora oggi, e lo sarà sino al dicembre del 1952, una società esclusivamente privata del gruppo SIP (Società Idroelettrica Piemontese) che è uno dei maggiori gruppi monopolistici italiani. Nel prossimo anno la maggioranza delle azioni della RAI passerà allo Stato, in base alla convenzione pubblica pubblicata il 5 aprile scorso sulla Gazzetta Ufficiale: questa operazione è stata esaltata dal governo come una forma di nazionalizzazione di una delle maggiori e tipiche attività del nostro tempo.
             Ma la realtà è un'altra. La nuova convenzione con la RAI ha avuto lo scopo di confermare in modo definitivo alla vecchia EIAR, che con la Liberazione ha cambiato solo il nome, il monopolio della Radio-diffusione e assicurarle l'esclusiva del nuovo servizio, di grande e ricco sviluppo, che sarà rappresentato dalla televisione.
             Con la nuova convenzione, varata in modo semiclandestino, il gioco è fatto: non vi sarà più alcun pericolo per la RAI di doversi trovare in concorrenza con qualsiasi altro gruppo. Ed è fatto con la burletta della “nazionalizzazione” inventata da Spataro. Infatti la convenzione non parla di passaggio dell'intero pacchetto azionario allo Stato, ma della maggioranza delle azioni: possiamo dunque essere certi che il 49 per cento delle azioni rimarranno alla SIP e rimarranno quindi alla SIP il 49 per cento degli utili. I quali non sono uno scherzo: la RAI incassa oltre 9 miliardi l'anno con i canoni di abbonamento, un paio di miliardi per la pubblicità, quasi un miliardo per partecipazioni alle imposte sui materiali radio-elettrici, senza parlare degli utili delle altre Società create attorno all'attività radiofonica e che fanno sempre parte del gruppo SIP (SIPRA, per la pubblicità, CETRA e FONIT per le incisioni fotografiche, SET per la stampa del Radio Corriere, ERI per le edizioni librarie delle trasmissioni, SIRI per le proprietà immobiliari).
             Inoltre quella parte del pacchetto azionario che diverrà proprietà dello Stato sfuggirà lo stesso ad ogni pubblico controllo, poiché la famosa “nazionalizzazione” si risolve nella creazione di un'altra azienda IRI, una di quelle aziende che sono dello Stato solo di nome, mentre di fatto sono dirette dai rappresentanti dei gruppi monopolistici italiani, una di quelle aziende che si liquidano, si “ridimensionano”, si vendono o si fanno morire lentamente, senza che il Parlamento possa intervenire se non con discussioni a posteriori o marginali.
             Con l'entrata in vigore della nuova convenzione, che lascia le cose come prima dal punto di vista del controllo popolare e che estende (con la nuova esclusiva della televisione) il predominio dei vecchi gruppi, Spataro farà la voce ancora più grossa se qualcuno oserà criticare la faziosità e l'esosità della RAI, perché si sentirà autorizzato a dire che, in fin dei conti, la RAI è dello Stato.
             Dobbiamo noi dunque rassegnarci a pagare coi nostri soldi la più faziosa delle propagande e a contribuire all'aumento delle enormi ricchezze di uno dei più forti gruppi monopolistici italiani? Certamente no; la soluzione esiste, ma non è di ordine negativo, non è quella di una disdetta in massa degli abbonamenti, come qualcuno propone.
             Anzi noi dobbiamo rammaricarci che il modo come è organizzata la RAI, la sua faziosità, i suoi criteri speculativi, (basterebbe ricordare l'aggressione pubblicitaria dei formaggini), la stanchezza dei suoi programmi, l'elevatezza del suo canone (il più alto del mondo, insieme con quello della Radio svizzera) tengono tuttora lontani milioni di italiani da una fonte che dovrebbe alimentare lo sviluppo della cultura di massa.
             La media dei possessori di apparecchi radio in Italia è di circa la metà di quella europea (78 apparecchi per mille abitanti contro i 129 della media europea) ed a decine di migliaia si contano i radio abbonati perseguiti legalmente per morosità.
             Noi vogliamo che la radio-diffusione si sviluppi, ma che si sviluppi per l'elevamento del tono della vita nazionale e non per aumentare gli utili degli azionisti o per potenziare la propaganda di guerra e di odio antipopolare.
             Il discorso della faziosità e sulla fascistizzazione della RAI sarebbe troppo lungo. Dobbiamo riprenderlo e riprenderlo a fondo, poiché è pienamente giusta la critica del compagno Nobile sulla poca attenzione che il nostro giornale ha prestato sinora alla azione guerrafondaia ed antipopolare della RAI. Noi cercheremo di colmare questa lacuna, ma gli stessi radioascoltatori debbono fare valere di più i loro diritti. Debbono unirsi, debbono lottare affinché cessi quella diffusione quotidiana a pagamento di falsità, di veleno, di odio, di mediocrità, di americanismo, che offende il nostro sentimento nazionale e lo stesso buonsenso.
             Genova, prima fra le città italiane ha dato il buon esempio. A Genova si è costituita l'ARA (Associazione Radio Amatori, via G. D'Annunzio 1, 4. piano, tel. 51450) che ha lo scopo di fare entrare l'aria pura della democrazia in quegli studi che hanno conservato l'atmosfera soffocante e velenosa del fascismo.
             Mettiamoci insieme al lavoro. Anche questo è un compito che tocca a tutti i buoni italiani.


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