Gelasio Adamoli - La direzione de "L'Unità" (1951-1957) - Lettere al Direttore


La Mostra di Rivarolo (1952)

Ho visitato la mostra di Rivarolo e, dato che sono un forte appassionato di pittura, ho osservato sia i dipinti esposti, sia le persone che li osservavano. Da questo ho avuto modo di constatare come vengono giudicate le opere astrattiste o futuriste. Il giudizio che il pubblico dà, nella maggioranza – che del resto è anche il mio – non è certo lusinghiero; anzi, simili quadri vengono aspramente criticati per le loro forme, per le figure grottescamente rappresentate e per il forte contrasto di colori, a volte persino volgare. Ora io mi domando, come è mai possibile che in una mostra organizzata da una Sezione del nostro Partito appariscano simili quadri? Se noi comunisti intendiamo far conoscere l'arte al popolo, esponiamo quadri in cui il popolo riesca a comprenderne il significato, che l'accostino all'arte e non che lo allontanino. Però v'è di più, mentre la mostra nel suo complesso si può dire riuscita (se si tolgono i quadri in questione) vi sono diversi dilettanti che si sono visti bocciare i loro quadri dalla giuria senza che essa li informasse del perché della bocciatura. Ho avuto la fortuna di vedere qualcuno dei quadri esclusi e mi è sembrato che con tutti i loro difetti, essi avevano un vantaggio su molti altri accettati, poiché almeno si capiva cosa rappresentavano. Credo inoltre che si sarebbe dovuto premiare, con la accettazione dell'opera, lo sforzo di creazione e di esecuzione che tanti modesti lavoratori avevano compiuto. (Compagno M. Ponte)

             L'audace e bella iniziativa della sezione “Jori” del PCI, che, con gli anni, è andata sviluppandosi nel tono e nell'importanza della realizzazione, ha suscitato discussioni e polemiche che stanno a dimostrare che il Premio Rivarolo ha la sua ragione d'essere. Dibattiti e polemiche sono privilegio delle grandi Mostre: quelle locali difficilmente escono fuori dalla cronaca delle inaugurazioni e dal comunicato della giuria. Quando ne escono fuori vuol dire che sono vive e vitali e credo che ai bravi compagni che dirigono la Sezione di Rivarolo nulla faccia più piacere delle critiche, non solo perché i comunisti fanno della critica uno strumento di miglioramento del loro lavoro, ma soprattutto perché essi ricevono in tal modo direttamente dai cittadini la conferma che la loro annuale fatica risponde ad una esigenza di allargamento del fronte della cultura.
             Delle molte lettere ricevute ho pubblicato la tua, compagno Ponte, perché essa riassume i termini più ricorrenti della discussione che si è aperta e che mi auguro continui.
             Ho parlato con qualche membro della giuria e credo che il tuo giudizio su una eccessiva severità nella selezione non sia fondato. La giuria ha tenuto conto delle particolari finalità della Mostra la quale anche quest'anno, pur raccogliendo ormai molte firme di pittori già “arrivati”, presenta una larga partecipazione di “dilettanti” e più specificamente di lavoratori che dedicano all'arte le ore libere dalle pressanti occupazioni quotidiane.
             Non è possibile, se non altro per ragioni tecniche, discutere con i singoli autori sui motivi della non accettazione delle loro opere. Una tale discussione però, anche se non ufficiale, sarebbe estremamente utile non solo per i concorrenti ma anche per i membri della giuria e vorrei augurarmi che qualcuno degli “esclusi”, anche a mio mezzo, chiedesse di poter discutere la sua opera con chi l'ha giudicata.
             Permetti che ti dica che, per quanto si riferisce all'impostazione della Mostra, la tua posizione non è giusta. Certo, una Mostra allestita da una Sezione comunista non è diretta verso pseudo raffinati o i cerebrali dell'arte ma verso il semplice e sano mondo del lavoro il quale rifugge da ogni ermetismo e da ogni acrobazia intellettualistica. Ma noi viviamo in una società che è quella che è, e una mostra, se vuol essere legata ad una realtà, non può non raccogliere il prodotto di una certa situazione in cui agiscono fattori positivi e negativi, fattori di rinnovamento e di reazione. Soprattutto quando, come a proposito dei compagni di Rivarolo, essa svolge opera non solo educativa ma anche informativa. Anche nel campo della pittura i lavoratori debbono conoscere tutto il prodotto della società in cui vivono, quando esso si mantenga entro i limiti della dignità artistica, affinché essi stessi, per diretta convinzione, possano intervenire perché si agevoli l'abbandono di ogni aspetto involutivo e si affermino i valori positivi e rispondenti alla sensibilità popolare, giudice ineguagliabile e sicuro di ogni opera umana.
             Alla Mostra di Rivarolo si notano quadri con residui cubisti, astrattisti (non futuristi!), ecc., che però sono composti con dignità stilistica, sono ispirati al lavoro, alla fabbrica, alla vita e che perciò meritano di essere portati alla pubblica conoscenza affinché il panorama delle forme dell'arte contemporanea, anche per gli aspetti più discutibili e meno accettabili, fosse il più completo nel senso didattico e informativo.
             Molti pittori ricchi di sensibilità artistica hanno cominciato battendo una strada sbagliata: l'urto con il giudizio popolare, a cui si sono dimostrati attenti, li ha condotti sulla giusta strada sulla quale oggi marciano con passo sicuro. Guttuso di oggi non è quello di ieri e se esso fosse stato stroncato quando era ancora alla ricerca della verità artistica oggi l'Italia non avrebbe un grande pittore di più.
             Del resto non è sufficiente che “tutto si capisca” in un quadro perché esso sia un'opera artistica: certe composizioni tipo “cartoline illustrate” sono comprensibili più di molti capolavori pieni di forza realistica quali si vedono, per riferirmi a qualcosa di attualità, alla “Mostra dei Primitivi” attualmente allestita al Palazzo dell'Accademia.


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