Gelasio Adamoli - La direzione de "L'Unità" (1951-1957) - Lettere al Direttore


Militarismo ed esercito (1952)

Il 2 giugno è stata la giornata delle parate militari in tutta Italia: io non mi sono affatto entusiasmato a veder sfilare degli strumenti di guerra. Pensavo al bel giorno in cui, scomparso il militarismo, si vedranno solo divise di vigili o di postini. (Gino Rinaldi – Genova)

             Credo perfettamente inutile, anche se confortevole, fermarci alla beata contemplazione della visione di un mondo senza eserciti. Un simile mondo non appartiene certo all'utopia, perché la strada per giungere alla sua formazione è già battuta da centinaia di milioni di uomini, ma esso oggi non esiste e il problema dell'esercito nazionale va inquadrato nella realtà di oggi e non in quella di un avvenire non si sa quanto vicino o quanto lontano.
             Indubbiamente sin da oggi tutti gli uomini onesti amanti della patria e della libertà – e quindi amanti della patria degli altri popoli e della libertà di tutti i popoli – si trovano perfettamente d'accordo nel ripudiare il militarismo, sistema tipico degli Stati capitalisti. Il militarismo è la preparazione alla guerra, è la propaganda di guerra portate a sistema permanente della vita di uno Stato, militarismo è l'assorbimento delle risorse nazionali, l'asservimento della scienza e della cultura e, si vorrebbe, della stessa coscienza nazionale agli scopi di dominio e di risoluzione con la forza dei contrasti generati dallo stesso sistema capitalista. Particolarmente nella fase imperialista del capitalismo lo scopo principale degli Stati dominati dalle classi del privilegio è stato ed è quello di armare delle truppe e di fare accettare ai popoli la concezione fatalistica della guerra. Un esempio generato dal militarismo non è, non può essere, un esercito di popolo, poiché da esso viene bandito ogni respiro politico, ossia ogni forma di inserimento nella realtà nazionale e di partecipazione alla risoluzione dei problemi generali della vita di un popolo. In un tale esercito un grande compito, qual'è quello di servire la Patria, per usare una delle più tradizionali e correnti formule, viene presentato come una specie di dovere di ufficio e non ha il suo fondamento in una intima, profonda convinzione maturata in tutti coloro che entrano a farne parte.
             Necessariamente in un tale esercito i rapporti fra superiori e inferiori, per l'assenza di una comune concezione di compiti comuni, sono caratterizzati da una disciplina formale a cui alcune concessioni paternalistiche dei tempi recenti non riescono a togliere l'antica impronta feudale. Condannare il militarismo non significa però finché le condizioni generali del mondo non presenteranno un quadro diverso dall'attuale, che non si debba avvertire la profonda esigenza di un esercito nazionale.
             Alla rivista del 2 giugno erano presenti anche, e in prima fila, le rosse bandiere del partito dei lavoratori poiché le forze del lavoro, le grandi forze vive di un popolo, onorano l'esercito quale simbolo vivo dell'indipendenza nazionale.
             Il fatto che in questa fase di esasperazione dell'imperialismo mondiale, gli eserciti degli Stati capitalistici, e particolarmente gli eserciti del sistema “atlantico”, presentano in forma ancora più grave del passato i caratteri del militarismo e si presentano come strumenti della guerra di aggressione che si vorrebbe scatenare, non deve spingere su una posizione astratta e negativa di opposizione all'esercito. Così come i popoli liberi accettano la guerra giusta – l'unica guerra giusta, quella di liberazione nazionale – essi accettano l'esercito nazionale, strumento creato da un popolo per la difesa dei suoi beni più preziosi.
             Voglio credere che il suo poco entusiasmo per la parata militare del 2 giugno deriva non da un generico antimilitarismo, ma dall'amarezza, che ogni patriota italiano certamente prova nel constatare “visivamente” quanto poco italiano sia l'esercito di De Gasperi e di Pacciardi. Soldati italiani vestiti di panno americano, armati di materiale americano e comandati di fatto da generali americani non possono creare troppo entusiasmo.
             Si tratta di lottare affinché il nostro esercito sia veramente “nostro”, sia l'esercito profondamente patriottico e nazionale come lo fu l'esercito popolare della Resistenza e che appunto perché tale sconfisse il militarismo traditore e aggressore dei fascisti e dei nazisti.
             Noi andiamo a salutare i soldati d'Italia anche nelle parate militari a cui l'attuale governo vuol dare un significato che noi respingiamo perché noi vediamo i soldati italiani sempre veramente tali e lottiamo affinché diventino veramente tali. Gli stessi soldati e la grande maggioranza dei quadri delle forze armate nazionali hanno sempre viva nelle loro coscienze la luce dei soldati di Montelungo e dei partigiani della Resistenza, e questa luce saprà sempre scacciare ogni ombra fosca di tradimento e di asservimento.


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