Gelasio Adamoli - La direzione de "L'Unità" (1951-1957) - Lettere al Direttore


Elezioni in India (1952)

Le confesso che non sono riuscito a farmi una idea precisa sulle elezioni in India, sia per quanto riguarda le modalità che per i risultati. Non credo che si possa parlare di “successo comunista” quando su circa 500 seggi solo 27 sono stati conquistati dai comunisti. (Giulio Cerani)

             In realtà, sia per la lunghezza del periodo elettorale – si è votato in India dal 25 ottobre 1951 al 21 febbraio scorso – sia per la frammentarietà delle notizie, sia ancora per un confuso tecnicismo elettorale, non è stato facile per un lettore di giornale riuscire ad afferrare il significato delle elezioni in India. Esse sono state le prime svoltesi in quel paese in conseguenza della pseudo-indipendenza elargita il 15 agosto 1947 con l'Emancipation Act dall'Inghilterra. Lei ricorderà che “l'indipendenza” al popolo indiano venne concessa dopo che il Paese, seguendo una paradossale “linea religiosa”, era stato diviso in due parti: il Pakistan con 80 milioni di abitanti e l'Indostan, che si continua a chiamare India, con 317 milioni di abitanti. Nello stesso momento in cui si affermava la nascita della Nazione Indiana, il popolo indiano veniva diviso in due tronconi, contrapposti l'uno all'altro.
             Di quale “indipendenza” poi si trattasse, sarà facile capire quando si rilevi che sono restati sul territorio indiano comandi militari britannici, che ufficiali britannici si trovano al comando di truppe dell'esercito nazionale, che tutta l'economia – banche, miniere, compagnie di navigazione, commercio con l'estero, ecc. - è nelle mani del capitale finanziario inglese.
             Il movimento di liberazione nazionale, che si era sviluppato sotto la guida di Gandhi e che abbracciava anche la borghesia indiana, è stato in definitiva incanalato da Nehru, il successore di Gandhi, nel vicolo cieco dell'imperialismo britannico.
             Le esigenze profonde di libertà e di indipendenza nazionale del popolo indiano vennero tradite dalla borghesia che, da quel momento, non ebbe come obbiettivo la lotta contro il vero nemico, l'imperialismo britannico, ma la lotta contro le grandi masse popolari, rappresentate tipicamente in India dai contadini proletari.
             Il Parlamento venne costituito con membri non eletti ma designati, ed esso, ovviamente, risultò completamente dominato dal Partito del Congresso, il partito di Nehru, che dai “liberatori” inglesi aveva avuto l'investitura del potere. Un tale Parlamento ha preparato la legge elettorale, un tale governo ha organizzato e controllato le elezioni. Tutte le esperienze elettorali delle “democrazie occidentali” sono state utilizzate e la tecnica delle calcolate giurisdizioni, dei premi di maggioranza, ecc., ha fissato l'intelaiatura entro la quale è stato manovrato il corpo elettorale.
             Credo sufficiente ricordarle alcuni dati finali per convincerla sulla antidemocraticità delle elezioni indiane: il Partito di Nehru, che ha ottenuto il 43% dei voti, ha avuto eletti ben 363 deputati su 489, ossia il 70%. Allo schieramento democratico sono andati 44 deputati (27 al Partito Comunista, 10 al Partito Operaio Contadino, 7 agli indipendenti progressisti, molto meno di quanti sarebbero ad essi spettati secondo i voti ottenuti.
             Il rapporto degli eletti democratici di fronte a quelli dello schieramento imperialista può apparire basso, eppure il grande fatto, il vero fatto delle elezioni indiane è stata la forte affermazione del Partito Comunista, secondo le dichiarazioni della stessa stampa reazionaria, che aveva ampiamente scontata la vittoria del Congresso.
             Eppure il Partito Comunista ha dovuto condurre la lotta in condizioni estremamente difficili. Contro il movimento di liberazione nazionale, che dopo il tradimento della borghesia è guidato ora dal Partito Comunista, si è scagliato il regime poliziesco di Nehru: 50.000 patrioti si trovano nelle prigioni indiane, di cui 25.000 comunisti. La polizia indiana ha attaccato violentemente le zone dove più intensa si è manifestata la lotta popolare, interi villaggi sono stati distrutti, 13.000 sono le vittime della repressione imperialista.
             Nonostante tutto ciò, il Partito Comunista ha conquistato la maggioranza dei voti in numerose provincie, fra le quali quelle dove più si era scatenata l'azione poliziesca.
             Questo è stato possibile per la politica nazionale che ha saputo impostare il Partito Comunista Indiano dopo un lungo periodo di incertezza e di isolamento, è stato possibile per il sorgere di un fronte unico democratico e popolare che ha legato ai contadini e alla piccola borghesia nazionale, soffocata non meno degli strati proletari dall'imperialismo e dal feudalesimo. Le grandi masse del popolo indiano non si sono lasciate né corrompere dall'oro americano (l'ambasciatore americano, in gennaio, dopo i primi risultati delle elezioni, si precipitò in aereo a Washington per farsi dare 50 milioni di dollari come aiuto all'India) né ingannare dai partiti della pseudo “terza forza”, creati rapidamente per tentare di raccogliere il forte malcontento della stessa borghesia.
             Scrive la rivista “Relazioni Internazionali”, di ispirazione “atlantica”, nel suo ultimo numero (n. 10 – 8 marzo): “Le elezioni indiane hanno dato il primo avvertimento, il Congresso potrà essere spazzato via come lo fu il Kuomintang in Cina, se non si farà qualcosa per emancipare la massa dei contadini da un sistema agrario feudale e per elevarne il miserabile tenor di vita”.
             Questo “qualcosa” il Congresso, dominato dai principi, dai feudatari e dall'imperialismo britannico, non lo potrà mai fare. Questo qualcosa, e ben più del “qualcosa”, lo faranno le grandi masse del popolo indiano che, con le recenti elezioni, hanno dimostrato di avere già nel proprio seno la forza capace di guidare il Paese.


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