Gelasio Adamoli - La direzione de "L'Unità" (1951-1957) - Lettere al Direttore


La beffa di Potemkin (1951)

Ho letto l'articolo “Sciagura Nazionale” di Spano, pubblicato da “l'Unità” venerdì 16. Desidererei conoscere l'episodio cui l'articolista si riferisce con le parole “beffa di Potemkin”.

             Credo opportuno rispondere alla sua domanda in questa rubrica, poiché penso che non si tratti solo di precisare un qualsiasi episodio di storia, ma di cercare di trarre da questo episodio alcune considerazioni d'ordine generale, valide per tutti i tempi e per tutti i Paesi dominati dalle cricche, dagli interessi di gruppi sociali e quindi dall'inganno.
             Deve sapere dunque, caro amico, che Caterina II, Imperatrice di Russia, dopo la conquista della Crimea, precedentemente occupata dai turchi, decise di fare, nel gennaio del 1787, un viaggio – verso quelle terre dal dolce clima, allo scopo politico di legare le nuove provincie al grande impero zarista. Ma l'Imperatrice, con la sua fastosa slitta – una vera villa viaggiante, con saloni, camere, biblioteca, ecc. - avrebbe dovuto attraversare delle lande desolate: da Kiev a Kherson, per centinaia di chilometri, la Grande Caterina avrebbe dovuto conoscere troppo da vicino il desolato abbandono di quelle terre, l'assenteismo dei grandi latifondisti, l'incuria dei governi. E poi troppo sarebbe stato il disagio per la Zarina che si distaccava, sia pure per ragioni di Stato, dagli splendori e dalle raffinatezze dei palazzi imperiali di Pietroburgo e di Tsaskoie-Sielo!
             Fu così che Gregorio Potemkin, che in quel momento esercitava le funzioni di Governatore di tutta la Russia meridionale, carica che si era conquistato sia per alcune sue qualità personali particolarmente apprezzate dalla “Semiramide del Nord” sia per la sua valorosa condotta nella guerra contro la Turchia, pensò di fare in modo che le terre poste sotto il suo controllo perdessero d'incanto il loro desolato aspetto di abbandono e di trascuratezza.
             Per cui, non solo nei posti tappa prefissati sorsero dei palazzi in legno lussuosamente ammobiliati – lo splendore della corte imperiale appariva così irradiato anche in mezzo alla steppa – ma furono costruiti persino villaggi provvisori lungo le rive del Dniepr che vennero popolati con trasmigrazioni forzate degli abitanti di zone lontane dall'itinerario del famoso viaggio e furono dipinti su tela dei villaggi che, posti a opportuna distanza, trasformarono il deserto in ridente contrada e furono messe a nuovo tutte le facciate delle case che si sarebbero presentate all'occhio imperiale e furono obbligati i cittadini a vestirsi degli abiti migliori e furono inviate le ragazze a dipingersi con cura e a portar fiori sui capelli e furono arrestati i mendicanti.
             Così Caterina conobbe un popolo e una terra con un volto e con un aspetto ben diversi da quelli dell'amara realtà di allora.
             Questa fu la “beffa di Potemkin”? Beffa a chi? All'Imperatrice? No, certo, beffa al popolo russo, beffa tragica per quei disgraziati contadini che dovettero abbandonare le loro case per dare vita a villaggi da operetta, beffa per quei miserabili che videro sanata con la prigione la loro miseria.
             E' una beffa antica che si rinnova in tutti i tempi e in tutti i regimi d'inganno e di falso splendore, nei regimi in cui la prima preoccupazione dei responsabili della vita pubblica è quella di mascherare la realtà.
             E' la piccola beffa dei colonnelli quando i generali visitano le caserme – come tutto è lustro, come tutto è perfetto in quelle circostanze – è la grande beffa dei ministri “dei governi provvisori”, la beffa che si esercitava anche verso Mussolini, applaudito attorno alle fabbriche da poliziotti in tuta, la beffa che non ha risparmiato neanche Einaudi, così come Spano ci ha ricordato nell'articolo che ha originato la sua domanda.
             Una beffa che è finita da tempo in quelle terre che ne fornirono il più clamoroso esempio, e che, certamente, con l'inesorabile movimento della storia, finirà anche in quei Paesi che, come il nostro, sono costretti tuttora a fornire qualche saggio.


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