Gelasio Adamoli
Raccolta di contributi dal web

[ Contributo estratto direttamente dalla pagina web: www.anpi.it/patria_2007/006/Cronache_01_Liguria.pdf ]


Il 62° dell'eccidio di Bornasco
La splendida figura di Raffaele Pieragostini
nel ricordo di Gelasio Adamoli


(Patria Indipendente. Cronache della Liguria del 24 giugno 2007)


A cura del Comitato Permanente della Resistenza della Provincia di Genova con la collaborazione del Comune di Bornasco, si è ricordato, il 21 aprile scorso l’Eccidio qui avvenuto il 24 aprile 1945 Venticinque detenuti politici il 23 aprile 1945 furono caricati dalle SS su di una corriera per essere trasferiti a Bolzano. C’erano tra di loro molti uomini di spicco della Resistenza Ligure. Giunti a Bornasco, frazione del Comune di Vidigulfo (PV),il convoglio venne attaccato da aerei alleati, mentre la scorta si metteva al riparo, i prigionieri furono lasciati esposti al mitragliamento, quattro di essi furono colpiti: il Gen. Cesare Rossi, il magg. Gian Franco Stallo, Giovanni Napoli, il dott. Renato Negri, mentre altri due (Raffaele Pieragostini e Rinaldo Ponte) furono uccisi mentre tentavano di fuggire.
Raffaele Pieragostini era nella IV Sezione del Carcere di Marassi a Genova, il numero 2959, all’appello rispondeva con dignità e fermezza, anche se ormai aveva il volto tumefatto dalle percosse, i polsi ormai ridotti ad una piaga (da più di 70 giorni era ammanettato), vacillante sulle gambe per la fame patita.
Gelasio Adiamoli futuro Sindaco di Genova, in una sua testimonianza ricorda così quei tragici giorni: «…Fu durante la mezz’ora che si concedeva ai prigionieri di prendere aria e non so come, quel giorno, il nostro compagno Pieragostini non era stato portato via dal corto cubicolo riservato agli isolati speciali. Improvvisamente vidi il suo volto, segnato dalla sofferenza di settimane di torture e isolamento, appoggiato contro le sbarre del cancelletto. Mi aveva visto ed i suoi occhi esprimevano l’ansiosa attesa che lo individuassi. È in quella circostanza che, fra l’altro, riuscì a dirmi di un momento del suo dramma, uno di quei momenti che possono bastare per caratterizzare un uomo. La Polizia aveva trovato nelle tasche del nostro compagno una chiave. Si trattava dell’alloggetto di via Luccoli in cui in forma pienamente legale, come si diceva allora, aveva trovato dimora. Io sapevo di quella cameretta, sapevo della padrona, una vecchietta che si era affezionata a Pieragostini e che aveva per lui premure come se fosse un figlio, orgogliosa di avere ospite quell’avvocato (questa era la professione scritta sui documenti legalmente falsi), così gentile così discreto. La polizia fascista e le SS scorsero in quella chiave chissà quale strumento per giungere ai segreti della Resistenza genovese. E non poche delle tremende sofferenze del nostro compagno furono legate a quella chiave e alla domanda ripetuta per giorni e giorni sotto le torture: “Quale porta apriva quella chiave”. Pieragostini mi disse che anche nei momenti in cui si sentiva abbandonato da ogni forza e lucidità era riuscito a resistere, a tacere della famosa porta. Nella nebbia della semi incoscienza vedeva sempre il volto umano, materno, della vecchietta di via Luccoli e gli era inaccettabile la visione degli sgherri di Veneziani e di Kuck che irrompevano in quell’alloggetto portando certo terrore, forse la morte. Quella vecchietta nulla ha mai saputo della tragedia che anche per lei un comunista stava vivendo. Ma se avesse saputo, forse non si sarebbe stupita. Aveva considerato un figlio quell’uomo così rispettoso ed era giusto che fosse stata considerata da lui una madre. ... Il mattino del 23 marzo ho avuto occasione di vedere Pieragostini profondamente addolorato dopo il prelevamento di 20 detenuti destinati alla fucilazione fra i quali v’era il compagno Franco Diodati, da lui conosciuto fanciullo in Francia. Mi disse che aveva sofferto come un padre per il figlio. Diodati riuscì a sfuggire alla fucilazione e son certo che neanche la propria liberazione gli avrebbe potuto recare maggior piacere». Più avanti ricorda ancora: «Sempre “all’aria” in aprile, quando i nostri aguzzini avevano allentato la sorveglianza, mi parlò della sua compagna, di Lina, mi disse del figlio che attendevano. E non potrò mai dimenticare il tono della sua voce, i suoi occhi chiari, venati di commozione, quando mi disse: “il mio dolore più profondo è che forse non potrò mai conoscere mio figlio”. Debbo a Pieragostini, nelle conversazioni lungo via Corsica, tanta parte della mia formazione. Ma gli debbo soprattutto il grande insegnamento umano e morale che riuscì a darmi anche attraverso le sbarre di un cancelletto...». Tutti i tentativi per liberarlo intrapresi dal CLN furono sempre vani. Le ultime sue due lettere alla compagna Lina Fibbi portano le date del 28 e del 29 marzo 1945: «Cara Lina, carta, tempo e vigilanza m’impediscono di dirti tante cose. Sii forte e coraggiosa. Abbi cura del nostro prossimo figlio e se io non potrò vederlo né conoscerlo, sappi che già ora lo amo tanto. Il dolore di non poterlo un giorno stringere nelle mie mani è grande, ma non dispero del tutto. Comunque educalo alla scuola di suo padre e alla tua e chiamalo Gianni. Saluta tutti i compagni e per te tanti baci e abbracci». «Cara Lina, i nostri biglietti, il mio del 28 e il tuo del 21 si sono incontrati lungo il cammino ed io esaudisco il tuo desiderio espresso in quelle poche righe. Sono lieto di saperti in buona salute e tutta intenta a preparare e a prepararti per il nostro bimbo. Non ti ripeto quanto ti scrissi ieri. Sono in attesa di tutto e di nulla. Ringrazio tutti per quello che si fa per me e anelo fortemente una riuscita per poter riprendere posto nella nostra famiglia e partecipare alla ricostruzione del nostro paese. Abbi cura e abbine per il nostro bimbo qualora io non ci fossi. Tanti baci a te e al nostro piccolo quando nascerà. Saluti a tutti».
Ritornando alla cerimonia, dopo la Messa celebrata nella Chiesa parrocchiale, e dopo un breve saluto del Sindaco di Bornasco, Michele Degnoni, l’orazione ufficiale è stata affidata alla prof. Maria Pia Bozzo dell’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea. Un corteo ha quindi raggiunto il cippo che ricorda i Caduti per la deposizione delle corone.


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