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L'Inferno

      Ma forse piacerà meglio trovar qui le linee generali del sacrato poema, che fu ispirato da tre concetti, consecrazione d'amore, conversione alla vita spirituale, riordinamento della società umana, e nacque da tre fatti iniziali, la morte di Beatrice, il giubileo del 1300, l'esilio; ond'è che le allegorie, le immagini, le allusioni molte volte si raddoppiano e si rinterzano, senza che mai si perda il significato reale del racconto, e soprattutto senza che ne scemi l'evidenza poetica, la quale sforza a credere o almeno a vedere ogni cosa. Di che abbiamo una prova nel prologo del poema, che pur altro non può essere se non se una pretta allegoria. E nondimeno quanta verità in questa aspra selva, a cui non si dà nome, né si assegna luogo, e nella quale si entra, come appunto nell'esistenza, quasi per sonno, senza che uom sappia né come, né perché!
      E in questa oscurità insidiosa, in questa valle piena d'arcane e confuse paure, in questa fiumana che rapisce alla morte le cose viventi, non vi par di trovare l'immagine dell'umana condizione, la sonnolenza della vita obliosa che ha sempre la vigile morte ai fianchi, la confusione dell'anima, che s'abbandona per uso e per istracchezza al peccato, o, se più vi piace, la pittura d'uno di quei procellosi comuni del XIII secolo, nei quali trovavasi si inestricabilmente aggrovigliata col torto la ragione, che non era concesso posare senza viltà, né operare senza sospetto di colpa? Ma ecco levarcisi d'incontro in uno sfondo luminoso e sereno il monte della salute. Qual ei sia voi ancora noi sapete; né il poeta lo dice, perché ei pure noi sa.
      Dal fondo ove combatte colla morte quotidiana egli vede questo riposo e questa gioja di luce, e vi dirizza i passi; ma tre forme paurose di fiere gli contendono l'erta; una pantera dalla gaja pelle, un leone provocatore, una lupa insaziabile. Sei si abbia ad intendere Fiorenza, Francia e Roma, ovvero lascivia, superbia e avarizia, disputano i chiosatori. E forse, anche nella mente del poeta, l'una allegoria rampollò sull'altra; perocché questo primo canto deve essere stato abbozzato innanzi all'esilio, e scritto come ci rimase, dappoi. Ad ogni modo questo prologo della visione è la storia della nostra vita; e la stessa indecisione e il tramischiamento dei colori, a cui s'aggiunge una pittura mirabile delle incertezze e delle paure ond'è assalita l'anima del poeta, ne cresce la malinconica maestà. Ma entrata una volta la porta
      Innanzi a cui non fur cose create
      Se non eterne
,
      il sagrato poema non soffre più codesto vago simbolismo. E così aveva ad essere; imperocché veramente la vita terrestre è l'enigma che Dante volle risolvere visitando i regni degli spiriti. E però finché siamo nel mondo i luoghi sono senza nome, gli spazii senza misura, i contorni senza fermezza. Messo il piede nel mondo eterno, Dante si sveglia e l'immortale geometra comincia a dar ragione di ogni cosa.