Federico Adamoli

DIARIO: Riflessione sulla solitudine

La recente telefonata fatta ad una "buona conoscenza" di lunga data mi ha fornito lo spunto per spingermi ad alcune riflessioni sull'atteggiamento con il quale vivo la solitudine. Questa condizione per la persona è fonte di angoscia, depressione, senso di disfatta e di sconfitta, e non a torto è letteralmente aborrita dal genere umano, che è una specie animale estremamente votata alla vita sociale. Io stesso, persona estremamente incline alla solitudine, ho sempre ritenuto che il meglio di sé lo si può esprimere solamente rapportandosi agli altri. L'espressione che ho usato, "incline alla solitudine", risulta per una spiegazione allo stesso tempo evasiva ed ambigua, fornendo pure l'impressione di voler alludere con essa espressione ad un qualche talento positivo. Niente di tutto ciò, ma d'altro canto il motivo che mi spinge a parlarne esula completamente dalla ricerca delle ragioni profonde che mi hanno condotto su questa strada, ragioni che sarebbero da ricercare nei recessi della mia esistenza. Il senso di solitudine di cui maggiormente ho sofferto nella vita e' stato - nella stagione in cui speravo molto in questo senso - quando avvertivo in maniera ricorrente la mancanza di una compagna, della compagna che avrebbe potuto consentire il superamento delle antiche privazioni affettive, con il carico delle sue importanti conseguenze. Quando questa aspettativa si è andata dissolvendo, sfociando quasi inconsapevolmente in una sublimazione, il mio equilibrio interiore si è progressivamente rafforzato: se mi soffermo su questo aspetto, mi rendo conto che la mia sublimazione ha avuto una importanza ben maggiore di quello che io stesso avrei potuto supporre.

La tendenza ad un certo isolamento si è manifestata in me a partire dai venti anni, con una costante progressione, anche se ho conservato nel tempo poche ma importanti esperienze di vita sociale, riservate esclusivamente per le autentiche amicizie. Gran parte del mio tempo lo trascorrevo senza nessuna compagnia, e ne approfittavo per organizzare la mia vita senza questo importante aspetto della condivisione, passeggiando lungamente, trascorrendo da solo le giornate fuori di casa e cominciando anche a viaggiare senza compagnia. Talvolta mi capitava però di viaggiare e trascorrere giornate in compagnia, e lucidamente mi soffermavo a confrontare queste diverse situazioni. Era innegabile constatare come l'atmosfera con la presenza di un amico fosse speciale, ma in certi frangenti avvertivo anche il disagio di non potermi muovere e decidere in piena libertà. Mi capitava di immaginare che un certo viaggio o una certa giornata particolare avrei desiderato anche poterle vivere da solo. Questo modo di agire mi induceva pure ad evitare di ricorrere necessariamente a qualcuno per le più svariate iniziative. In sostanza, quando un amico proponeva qualche iniziativa la mia adesione risultava indispensabile per la sua realizzazione, ed in tal modo la mia presenza risultava diventare quasi strumentale; un rifiuto avrebbe comportato la rinuncia definitiva all'iniziativa, con la spiacevole conseguenza di un probabile senso di colpa. Viceversa, io decidevo di programmare qualcosa che avrei realizzato anche da solo, e la presenza eventuale di un amico, al quale proponevo l'iniziativa, ne avrebbe accresciuto il godimento. Ma non rinunciavo mai. Questo atteggiamento ha costituito negli anni una considerevole fortuna, perché ho potuto fare ciò che desideravo senza la necessità imprescindibile di un accompagnatore, ed è proprio in questo senso che la solitudine non mi ha sopraffatto; diversamente avrei rinunciato alle mie lunghissime e infinite passeggiate, ai mie viaggi (pochi), a tutti i miei concerti, a tanti film, ed altro ancora. Nei tempi in cui frequentavo assiduamente il corso della mia città, il più tradizionale luogo di ritrovo, era opinione comune tra i ragazzi che in quel contesto il disagio più grande al quale si potesse andare incontro era quella di "farsi una calata" da solo, esponendo alla vista degli altri una condizione poco onorevole: basta questo per capire quanto sia grande nella persona il terrore della solitudine. Non mi sono mai preoccupato di questa falsa vergogna e ho la fortuna di non sentirmi a disagio in una sala dove la quasi totalità delle persone arriva in compagnia, perché gli altri si curano poco di te e perché non vengo assalito dall'angoscia di essere notato da solo. Tutto bene, quindi? Certamente no, perché esiste anche il rovescio della medaglia: se è possibile essere in letizia nella solitudine quando il fiume della vita scorre placidamente, i momenti nei quali sopraggiungono ansie e preoccupazioni diventa duro tenere tutto dentro, non poter comunicare a qualcuno ciò che ci affligge, così come la prolungata assenza di contatti interpersonali finisce per affievolire il senso della consapevolezza della propria individualità e delle proprie potenzialità. Tuttavia anche a questo rovescio della medaglia nella vita cerco di temprarmi.

Con queste parole quindi non mi sono proposto di fare un'apologia della solitudine, ma sforzandomi mi sono semplicemente abbandonato a qualche piccola riflessione. Una mia piccola fortuna è quella di non sentirmi uno sconfitto nella solitudine, e di non essere stato sopraffatto da essa; vissuta con serenità questa condizione acquista grande dignità e può anche svelare degli scenari imprevedibili e piacevoli. Nella mia personale esperienza vivere la solitudine ha significato anche poter provare in tante situazioni la dolce sensazione di libertà, nel sentirsi slegato dalle comuni convenzioni della vita, fuori dal ritmo frenetico tipico dei nostri tempi, privo del fardello della responsabilità - in senso generale - che sembra dover essere a tutti costi un requisito fondamentale perché si possa essere giudicati uomini veri; in tal modo sembra riemergere un senso originario di libertà che, magari vissuto senza consapevolezza, probabilmente faceva parte del corredo genetico dei nostri antichi progenitori. Mi capita di osservare con curiosità le persone che, in una vita "on the road", incarnano maggiormente questo ideale di vita in libertà (ma anche di privazioni) di cui anch'io, pur nella mia esistenza stanziale e borghese, sento di possedere qualcosa. Questo ideale è stato espresso magnificamente attraverso alcuni brevi racconti di Herman Hesse, conferendogli dignità letteraria e profondità spirituale. La lettura di "Vagabondaggio" e "Knulp. Storia di un vagabondo" mi ha estremamente colpito per una certa identificazione con lo spirito più intimo dei protagonisti, soprattutto nel personaggio di Knulp, "un perdigiorno, un buono a nulla in rapporto alle leggi e alle esigenze produttive della società", "che alla vita chiedeva solo il permesso di stare a guardare", "dedito alla sua vita errabonda che "gli offre gli incanti sempre nuovi di una vita cui vuole darsi con gioia, serenità e pienezza, non curante dei limiti comunemente stabiliti, rifiutando le imposizioni sociali e gli obblighi di un quotidiano, in cui stenta a riconoscersi". Egli "evita di inoltrarsi nelle maglie troppo strette di legami che la sua anima felice non potrebbe tollerare. (Knulp) è la poesia del viandante, la poesia dell'uomo libero". Nel suo vagabondaggio ("l'eterna domenica del cuore") egli realizza l' "affrancamento totale dal mondo e dalle strettoie della società organizzata" (le citazioni sono tratte dall'Introduzione di: "Vagabondaggio" - Tascabili economici Newton).


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