
Federico Adamoli
DIARIO: Il lavoro nobilita l'uomo?
Il titolo di questa pagina si ispira ad uno dei più famosi detti, al quale ho opportunamente aggiunto un punto interrogativo: parlerò di quelle che sono state le mie esperienze nel 'selvaggio' mondo del lavoro, e lo faccio nel momento della mia vita in cui sono fuoriuscito (definitivamente?) da esso.
Quando ero uno studente prossimo alla maturità, in una fase della vita in cui l'immagine del futuro assume le sembianze di un'affascinante avventura nelle vicende del mondo degli adulti, fantasticavo su quelle che avrebbero potuto essere le mie esperienze. In verità, conclusi gli studi superiori, non ero io che decidevo del mio futuro, ma fatalmente, come per tanti ragazzi, mio padre 'comandava' le scelte che mi riguardavano, e stabilì per me che avrei frequentato l'università, la qual cosa comunque mi intrigava parecchio. Inizialmente sembrava che avrei studiato fuori dalla mia città, ma infine fui persuaso a rimanere a Teramo. Ritengo a posteriori che questa sia stata una decisione che abbia verosimilmente influenzato il corso della mia vita, poiché se effettivamente mi fossi recato a studiare fuori dal mio ambiente, l'impatto con una realtà a me sconosciuta, lontana dall'ambito familiare, forse mi avrebbe fatto percorrere altre strade. Forse.
Concretamente mi accorsi ben presto che non avevo più nessuna voglia di continuare a studiare, e sospinto anche dalle emergenti angosce e frustrazioni per un futuro incerto ed indefinito, pensavo che avrei potuto intraprendere un esperienza lavorativa. Non avevo un grande potere decisionale, ma comunque in un modo o nell'altro cercavo di spostare l'attenzione verso la prospettiva di un lavoro. Ricordo il giorno in cui feci il mio secondo ed ultimo esame universitario: uscendo dalla facoltà con un trenta e lode lanciai in aria il testo sul quale mi ero preparato e dissi a me stesso: 'Con l'università ho chiuso!'
Ad onor del vero ben presto mi resi conto di non aver nemmeno voglia di lavorare: l'iniziale interesse per un mondo da scoprire si era tramutato in breve tempo in una diffidenza verso una realtà che giudicavo, dall'esterno, in un certo modo alienante. Una qualche importanza nel rifiuto sia dello studio che del lavoro aveva comunque il senso di inadeguatezza e di disagio tipici della fine dell'adolescenza, che si erano manifestati con la fine della scuola, la conclusione della spensieratezza giovanile e l'ingresso nel mondo degli adulti. Indubbiamente un certo effetto deresponsabilizzante era venuto anche dalla improvvisa morte di mio padre.
Con il venir meno di questo 'timone' sentivo di dover disporre del mio destino in prima persona, nel bene e nel male. Ed infatti decisi liberamente di staccarmi da ogni immediato proposito di studio o di lavoro. Animato da un interesse strettamente personale decisi di frequentare un corso di formazione per programmatori di computer, che avrebbe poi costituito la base della mia formazione professionale consentendomi, nel momento in cui mi sarei sentito veramente 'pronto', di fare la mia principale esperienza lavorativa. Inoltre ebbi la possibilità di scegliere liberamente di svolgere, quale obiettore di coscienza, il servizio civile sostitutivo a quello militare, che mio padre avrebbe duramente contrastato.
Conducevo una vita abbastanza comoda, occupando proficuamente il tempo nei miei interessi personali. Di lavoro non volevo sentire ancora parlare, e rifiutai anche alcune proposte che mi arrivarono; non volevo in quel momento perdere la mia libertà e rinunciare al tempo a mia disposizione per un impegno duraturo. Tuttavia, in modo del tutto casuale, mi trovai a svolgere un lavoro che mi lasciava la libertà, poiché potevo gestirmi in maniera del tutto autonoma, e mi consentiva di racimolare qualche soldino per le personali, modeste esigenze. Mio fratello cercava un lavoro e si sottopose ad una prova presso una casa editrice che cercava collaboratori esterni per la battitura di testi su computer. A lui la prova andò male, ed allora tentai io. Sulla tastiera ero discretamente abile e fui subito accettato. E' stata una esperienza simpatica, anche interessante, ed in quel momento per me costituiva una soluzione ideale, perché non sacrificavo affatto la mia libertà e con un impegno limitato potevo contare su un'entrata; tuttavia è durata relativamente poco, meno di due anni. Lasciai perché avevo perso interesse e perché se aspettavo ancora sarei stato congedato, dato che era in atto nell'azienda un ridimensionando di quel tipo di lavoro.
Passai tre mesi lontano dalla mia città ed al ritorno confessai a me stesso che forse era arrivato il momento di provare questa benedetta esperienza lavorativa, nella maniera più tradizionale. Oramai avevo maturato un atteggiamento più disincantato verso il mondo del lavoro, senza quelle illusorie aspettative che uno sbarbatello poteva nutrire. Ritengo veramente che questa prolungata rinuncia ad impiegarmi mi abbia consentito di poter lavorare con la giusta disposizione d'animo: per tanti anni avevo usufruito della più ampia libertà ed ora potevo essere anche disposto a rinunciare ad essa, per qualche tempo; al contrario, avevo potuto osservare come tanti miei coetanei (che avevano cominciato a lavorare presto, compiuta la maturità scolastica), erano già stanchi, bruciati, consumati dallo stress dei ritmi lavorativi, totalmente disillusi e piegati all'inesorabile realismo della vita.
Ricordo che avevo preparato una specie di lettera di presentazione da far pervenire agli uffici della mia città e ne stampai un centinaio, ma ancor prima di averne spedita alcuna, l'incontro occasionale con una persona mi indirizzò presso uno studio di informatica che era alla ricerca di personale. Il colloquio con il titolare, che già conoscevo, fu abbastanza chiaro e nel giro di qualche giorno feci il mio ingresso: era il novembre del 1990 ed iniziavo quella che si sarebbe rivelata la mia decennale esperienza lavorativa come tecnico sistemista e programmatore: non immaginavo che sarebbe durata così a lungo, in quanto mi prefiguravo una permanenza di qualche anno, tre o quattro al massimo, sino al compimento della saturazione. Questo perché in me non si era prefigurata l'idea di mantenere la condizione di lavoratore in maniera definitiva, sino al momento della pensione, bensì quella di compiere una esperienza limitata nel tempo.
Sono stato indotto a scrivere della mia esperienza di lavoro da una precisa circostanza: da circa un mese i locali che ospitavano il mio vecchio ufficio sono stati liberati a causa del trasferimento dell'attività. E' stato un avvenimento che mi ha molto colpito: se fino a quel momento avevo ripensato al mio passato lavorativo con un certo distacco, questo cambiamento ha innescato in me la miccia della visione nostalgica delle cose, che spinge a guardare ciò che è ormai trascorso con indulgenza e romanticismo. Ho avvertito l'esigenza di fare un ultima visita prima del trasferimento, con l'intento di ripercorrere mentalmente i dieci anni passati in quelle stanze, richiamando in una sorta di flash-back le emozioni, le angosce, le arrabbiature vissute, e per fare una valutazione sommaria di ciò che è stata la mia vita in questo lungo intermezzo lavorativo. Qualche giorno fa mi son trovato nuovamente a passare in quella strada, ed ho a lungo osservato dalle vetrine poste sulla strada gli ambienti oramai spogli, impolverati; osservavo malinconicamente i pochi oggetti ancora presenti: una brutta sedia di plastica, alcuni rotoli di carta buttati sul pavimento, ed ho ripensato con una certa commozione alle tante stagioni dedicate al lavoro; fantasticando con la mente ho ricostruito tutto ciò che dava vita a quelle stanze, ricollocando ogni mobile nel posto giusto, ricreando il via vai che solitamente si creava nelle giornate di lavoro. Tante emozioni ho provato in questa specie di sogno ad occhi aperti, anche nostalgia per una fase significativa della vita ormai passata, ma nessun rimpianto per ciò che ho abbandonato e dal quale occorreva distaccarsi nel momento giusto, per non rendere grigia una esperienza che mi ha gratificato, consentendomi di esprimere anche una certa creatività nell'ambito della programmazione; questa avventura mi ha trasmesso anche l'insegnamento che nelle circostanze nelle quali emergono le nostre deficienze e la nostra ignoranza, attraverso l'applicazione costante queste difficoltà vengono superate, e si acquisiscono nuove consapevolezze.
Indelebile è il ricordo del primissimo giorno, dei primi due mesi di 'studio', del primo intervento presso un cliente, banalissimo, ma per il quale trepidavo d'emozione e d'incertezza; la piacevole constatazione che, mese dopo mese, le tante incertezze che avevo si attenuavano ed acquisivo una crescente lucidità e sicurezza. I primi anni sono stati i più impegnativi, perché il lavoro era notevole, dato che l'azienda era in una fase di espansione; tantissime telefonate, tanti interventi presso i clienti, che mi 'costringevano' a passare settimane in giro, la qual cosa non mi dispiaceva, perché le giornate trascorrevano velocemente e perché potevo contare su una spinta che mi portava al costante rapporto con altre persone, per me inusuale. Certo, i rapporti sul lavoro sono sempre alquanto superficiali, e questi non hanno lasciato nessuna traccia nella mia esistenza, ma evidentemente anche questi hanno una qualche importanza nella vita. Per la verità nel mio ufficio ho stabilito rapporti di autentica amicizia con tre colleghi. I primi cinque anni di lavoro sono stati i migliori, sostenuto dall'equilibrio dei miei 27 anni, dalla freschezza come lavoratore, da una giusta motivazione e dalla soddisfazione di fare un attività che in passato avevo svolto per interesse personale. Adesso che sono lontano da questo mondo, sento un po' la mancanza del piacere che mi dava il 'gioco della programmazione' e non escludo in futuro di riabbracciarlo per puro diletto, magari collaborando occasionalmente con qualche azienda.
Passati i primi cinque anni, il momento che ha rappresentato una inversione di tendenza, è stato il giorno in cui fui privato del contratto sul quale avevo potuto contare sin dal primo ingresso in azienda. Questo fu motivato dalla necessità di un ridimensionamento aziendale, ma in sostanza fu una discriminazione attuata nei miei confronti e del mio collega programmatore, poiché tale provvedimento fu limitato alle nostre due persone e non anche agli altri dipendenti, come il titolare aveva prefigurato. L'aver preso coscienza nei mesi successivi di questa decisione a me penalizzante, vivere quotidianamente questo declassamento ha incrinato la dedizione che avevo sempre messo nel lavoro, portandomi ad un crescente disinteresse per quelli che erano i miei compiti.
Con la privazione del contratto pagavo anche il modo di intendere il rapporto di lavoro: abitualmente il titolare di un'azienda cerca di instillare il principio che il lavoro è la cosa più importante e per esso va dimostrata una dedizione assoluta, come nell'adesione più integralista ad un credo religioso o ad un ideologica politica. Tale principio di fedeltà assoluta si realizza concretamente nel sistematico sforamento dell'orario di lavoro, nelle richieste di disponibilità nei giorni di riposo, nel richiamo anticipato dalle ferie (anche questo è capitato, ma non a me!), e attraverso i discorsi di indottrinamento, che mirano sempre ad anteporre il lavoro ad ogni cosa. Ecco, io non ho mai incarnato questa figura di dipendente, ma ho fatto subito capire che al termine dell'orario di lavoro, non volevo saperne più nulla di questioni lavorative. Per questo sin dall'inizio ho praticato il rispetto assoluto dell'orario: ingresso puntualissimo e altrettanto puntualissima uscita, spaccando sempre il minuto. Ho sempre preceduto i miei colleghi, e non mi sono piegato alla consuetudine che impone la permanenza in ufficio ben oltre l'orario di lavoro, anche in assenza di impegni, per 'far vedere' l'attaccamento al lavoro. Su questo punto sono sempre stato intransigente, che poi non significa che non ho mai fatto i cosiddetti straordinari, perché quando si sono create situazioni particolari ho subìto responsabilmente i miei cospicui sforamenti di orario. Sono assolutamente persuaso che la ragionevole osservazione dell'orario di lavoro, che permette al lavoratore di poter contare sul poco tempo che rimane a propria disposizione, fornisce la possibilità di un miglior recupero mentale, predispone più favorevolmente alla giornata lavorativa, e si traduce quindi, anche nell'interesse dell'azienda, in un aumento della produttività. Ho sperimentato personalmente questi equilibri psicologici che ritengo di assoluta importanza per un atteggiamento positivo verso il proprio lavoro.
Se non ho esitato a focalizzare gli aspetti che hanno dato una valenza positiva alla mia esperienza lavorativa, non posso fare a meno di sottolineare ciò che il mondo del lavoro possiede di veramente 'distruttivo'. Il lavoro è una piovra che allungando i suoi tentacoli cerca di prelevarti ogni energia, e con il sacrificio delle migliori ore della giornata, rischia di privarti di una dimensione strettamente personale, di un ambito nel quale esprimersi al di fuori del lavoro stesso. Nel mondo del lavoro viene esaltato, attraverso l'obiettivo del raggiungimento del massimo profitto, il culto del denaro, ed ogni comportamento deve ispirarsi alla legge ed alle ragioni del denaro; detto questo, se non si percepisce la consapevolezza dei propri valori si corre il rischio di conformarsi alla filosofia insita in tale culto, in una società consumistica e opulenta nella quale questo indottrinamento viene esercitato nelle maniere più disparate. Il lavoro ci aliena, ci degrada e certamente non ci nobilita (ecco la ragione del punto interrogativo nel titolo di questa pagina) quando esso costituisce una mera necessità per il personale sostentamento economico e quando l'attività lavorativa si riduce ad una vuota esecuzione di compiti più o meno alienanti, per i quali non esiste una partecipazione veramente personale, costruttiva. Non credo che il solo senso di responsabilità verso i doveri della vita possa conferirgli tale dignità.
Di tutto ciò, che sempre mi ha disgustato, sono pienamente consapevole soprattutto oggi che mi sono defilato da questo mondo. Ogni giorno che passa mi sento sempre più lontano da qualsiasi nuovo proponimento lavorativo. Il distacco dal lavoro non mi ha certo nuociuto, ma mi ha fatto rendere conto di quanto sia importante utilizzare nel modo più gratificante il limitato tempo a nostra disposizione.