Federico Adamoli

DIARIO: Frattura 3. prossimale òmero destro

Il pomeriggio del 24 dicembre 1999 me ne stavo tranquillo nel mio ufficio, svuotatosi per la vigilia di Natale, a scrivere ad una mia amica torinese alla quale dicevo, tra le altre cose: '...in questi ultimi mesi questa tranquillità che sto vivendo forse è l'espressione di un nuovo equilibrio che sto trovando. Forse, chissà.' Ed in effetti mi sentivo bene, dopo un lungo periodo nel quale l'insoddisfazione e la cupezza avevano regnato sovrane. La giornata di Natale l'avevo poi passata da solo in casa a fare delle registrazioni con il mio violoncello, assaporando il piacere di essere il padrone della casa, visto che questo capita una o due volte l'anno. L'unica nota stonata era quel vento furioso che si era levato proprio la mattina di Natale, verso le 11. Il vento è il solo dei fenomeni atmosferici che odio profondamente e che mi mette in grande disagio. Tuttavia in quell'occasione mi sembrava di sopportare abbastanza il fastidio di quelle furiose folate. La parabola posta proprio sopra la mia veranda ondeggiava paurosamente e mi aspettavo che da un momento all'altro crollasse, come era già successo qualche anno fa. Le stazioni già non si vedevano più.

La mattina del 27 quel vento furioso non era cessato, anzi la notte aveva raggiunto il suo culmine. Non avevo dormito granchè, anche perchè mi era venuta una grande angoscia dopo aver sentito un enorme fracasso venire dalla soffitta: la parabola era andata, pensai. Comunque quella mattina decisi di non suonare il violoncello (una delle cinque-sei mattine l'anno in cui questo accade) per dedicarmi agli esercizi di armonia, visto che al Liceo Musicale non ci avevo capito granchè di questa nuova materia. Per curiosità comunque volli salire sul soffitto per vedere che fine aveva fatto la mia parabola e, con grande sorpresa, constatai che era ancora in piedi. Uno dei due morsetti che sostenevano il palo (quello più basso) era saltato completamente e ne era rimasto uno che teneva il tutto in equilibrio precario, con il vento che fischiava in maniera incredibile, continuando ad agire sul morsetto rimasto ancora intatto. Mi venne l'idea: la smonto. Tornai nell'appartamento, presi una delle chiavi inglesi che avevo riportato la settimana prima dalla casa al mare e salii nuovamente in soffitta. Aspettai il momento favorevole per svitare il dado, in un attimo di tregua del vento, ma appena liberato il palo, quello riprese a soffiare: avevo il palo tra le mani che, sospinto dal vento, mi portava a spasso, ed all'improvviso, quando lo avevo quasi adagiato, sentii un crack. Si è spezzato il palo pensai, ma quello era d'acciaio: SI ERA SPEZZATO DI NETTO IL BRACCIO!!!!. Con un braccio solo completai l'operazione. Strano, ma in quel momento non sentii affatto dolore, mi presi il braccio con quello buono e scesi a casa, andandomi a sdraiare sul letto, dove cominciai a sudare e a sentirmi male. Mia sorella svenne appena vide il mio braccio che si era gonfiato. Fu chiamata l'ambulanza che, appena arrivata, si preoccupò più di mia sorella che di me. Mi fu bloccato il braccio e venni portato in ospedale, dove la prima radiografia evidenziò 'una brutta frattura, alta' come disse il tecnico che fece la lastra. Immaginate la mia disperazione. Mi ritrovavo da un momento all'altro sopra una barella al pronto soccorso con un braccio fracassato e con la disperazione in corpo. L'ortopedico del pronto soccorso mi trapanò a freddo il gomito per fissare il chiodo che avrebbe sostenuto il telaio per la trazione e fui portato nel reparto di ortopedia. Inizialmente avevo pensato: vabbè, si è rotto il braccio, adessso mi fanno il gesso e torno a casa, invece avrei passato quarantotto ore di incubo in trazione per consentire all'osso di ritornare in asse, senza poter dormire un solo attimo e chiedendomi continuamente se quello che mi stava succedendo era tutto vero o se stavo sognando. Non so se vi è capitato mai di fare talvolta dei brutti sogni nei quali vi venite a trovare in situazioni estreme, senza via d'uscita, poi improvvisamente vi svegliate, per un attimo non capite qual'è il sogno e qual'è la realtà, e poi comprendete che avete sognato, tirando un grande respiro di sollievo. Adesso sembrava proprio una di quelle occasioni, ma purtroppo io non potevo svegliarmi perchè quella era la realtà. Ero proprio lì, inchiodato in quel letto d'ospedale con l'òmero spezzato di netto in due, senza potermi muovere, in attesa dell'operazione che mi prospettarono sin dal primo momento. Entrai in sala operatoria la mattina del 29 e fui a casa il pomeriggio del 31, giusto in tempo per il Capodanno, che festeggiai andando a dormire alle dieci con 39 di febbre, dopo cinque giorni passati senza aver dormito un solo minuto.

La mazzata era stata grande. Io che non avevo mai messo piede in ospedale, dal quale mi tenevo lontano anche per le sole visite a qualche parente o conoscente ricoverato, mi ritrovavo con una grave frattura al braccio, con due chiodi da 26 centimetri che tenevano insieme il mio povero òmero e con un braccio fasciato e imbracato in un tutore. Comunque, smaltita la febbre e ripresomi da quei giorni di stordimento, ebbi il coraggio di tornare subito a lavorare, visto che il mio ufficio era vicino casa e mi bastava un solo braccio per riuscire ad operare al computer. Dopo un paio di settimane mi ero ripreso psicologicamente, ed avevo accettato questa invalidità temporanea, dovendo fare tutto con un solo braccio; pensavo che ogni giorno che passava si avvicinava il giorno della guarigione, ma, ahimé, si avvicinava solo il giorno in cui sarebbero iniziati i veri guai.

Il fatto è che con l'operazione mi erano stati applicati due chiodi, introdotti all'altezza del gomito e sistemati internamente all'òmero (nella canalina midollare), e portavo un tutore che sì, mi bloccava il braccio, ma che avrei dovuto periodicamente sganciare per conservare la mobilità del gomito. Purtroppo non fui informato di nulla riguardo a ciò. Immaginavo che l'articolazione di un braccio si bloccasse solo se veniva immobilizzato in un gesso e quindi ero abbastanza tranquillo al riguardo. Ma alla visita di controllo del 1. febbraio il primario constatò la rigidità del gomito e si arrabbiò con me, perchè era come se avessi portato il gesso; mi ordinò così l'inizio della fisioterapia. Uscii dall'ospedale furioso, perchè mi ritrovavo in una situazione che avrei facilmente evitato se fossi stato opportunamente istruito. Soprattutto non potevo minimamente immaginare quello che mi aspettava.

Iniziavo la riabilitazione con una frattura grave che aveva calcificato pochissimo e sperimentavo il dramma di una evitabile e dolorosissima fisioterapia del gomito. Descrivere il dolore che si prova nelle prime sedute di una fisioterapia per un gomito bloccato non è possibile. Difficile trovare un termine che possa rendere l'idea di quanto si possa soffrire: se dicessi che fa male tantissimo è ancora poco. Può rendere l'idea dire che è come se ti strappassero il cuore. La mia disperazione era infinita nei primi momenti. Avevo subito il trauma psicologico di una frattura grave ed ora subivo il trauma di trovarmi in una situazione che poteva essere facilmente evitata se i dottori del reparto di ortopedia mi avessero spiegato bene la situazione. Iniziava così una fase di logorio psicologico che mi avrebbe consumato poco a poco. Alla fine di ciascuna seduta mi alzavo dal lettino barcollando; dovendo pure rimanere l'intera mattinata in reparto subivo il trauma di vedere di tutto: gente che stava male, gente che piangeva ed urlava, e tutto ciò non faceva che aumentare il mio malessere. Non riuscivo più a mangiare e dormire, il morale era bassissimo e così fui costretto a prendere sedativi ed antidolorifici per tirare avanti. I progressi erano talmente piccoli che ogni volta sembrava di ricominciare tutto da capo, anche se gli antidolorifici mi consentivano di poter gestire un po' meglio le sedute. La mattina ero di un depresso spaventoso, pensavo continuamente a quello che mi era accaduto e che non avrebbe dovuto mai succedere e stavo male al pensiero di andare in ospedale. Avevo dovuto sospendere il lavoro ed accantonare il mio violoncello; nella giornata non riuscivo a fare nulla che non fossero quegli ossessivi esercizi di rieducazione del gomito; non avevo più interessi e non riuscivo più a immaginare il giorno in cui tutto si sarebbe risolto.

Nel momento in cui i primi progressi cominciavano a darmi un po' di morale, subentrò un problema di sensibilità al mignolo della mano, che non riuscivo più a controllare bene nei movimenti e mi formicolava tantissimo durante le sedute. Il dottore mi fece fare un esame per poter individuare l'origine di tale problema ed il responso del neurologo fu che dovevo operarmi al gomito per una compressione del nervo ulnare. Fu il terzo trauma che dovetti subire e che stava per condurmi al crollo definitivo, anche se fortunatamente l'ortopedico che mi aveva operato aveva sconfessato completamente questa diagnosi. Cominciai a dormire con il braccio allungato verso il basso e, poco a poco, questo fastidio cominciò ad attenuarsi. Sarebbe passato completamente nel giro di due mesi.

Il periodo che seguì alle prime due-tre settimane di terapia fu caratterizato da alti (pochi, legati alle soddisfazioni dei piccoli progressi) e bassi (molti). Il ritmo delle mie giornate erano scanditi dai tempi delle sedute, degli esercizi a casa, delle sigarette (molte) e delle passeggiate, l'unico momento in cui mi distraevo e pensavo a quando tutto sarebbe passato. I progressi aumentavano, iniziai pure la riabilitazione della spalla, meno dolorosa e più regolare, anche nei miglioramenti, ma c'erano sempre gli alti e i bassi, soprattutto nel momento del risveglio mattutino. Poco a poco però il mio interesse cominciò a concentrarsi su quello che, al di là dei progressi, non andava, cioè un'estensione che stentava a tornare e che lasicava il braccio come piegato ed i movimenti extrarotatori della spalla che anch'essi stentavano. Poi mi sembrava che l'assetto del braccio fosse mutato, ma questo era prevedibile visto che il mio osso non era più diritto come prima, e forse era anche leggermente ruotato. Il mio stress era ora per i progressi che mi aspettavo e che non venivano, per ciò che non recuperavo e che non avrei dovuto mai perdere, visto che per quello che mi era successo avrei dovuto riabilitare solamente la spalla. Eravamo oramai nella primavera inoltrata e il mio ulteriore rammarico era quello di non poter passare i miei fine settimana al mare, un appuntamento fisso ormai da molti anni. Speravo che per l'inizio di maggio fossi stato nuovamente a posto ed invece ero costretto ad andare ancora in ospedale per la fisioterapia, che sarebbe durata fino alla fine di quel mese, quattro mesi in tutto. Dalla metà di maggio avevo ricominciato a lavorare, ma ero completamente fuori di testa: non riuscivo a concentrarmi, non riuscivo a stare seduto, col pensiero di quello che non avevo ancora recuperato e che ormai mi faceva prefigurare una situazione in cui il braccio non sarebbe più tornato quello di prima. Il crollo si verificò quando conclusi la fisioterapia, perchè mi sentii abbandonato a me stesso e si fece sentire tutta la stanchezza mentale, grandissima, per quel periodo di sofferenze che avevo passato per un braccio che, anche se guarito a livello di frattura, era solo un braccio di cristallo, che potevo muovere con impaccio e che mi trasmetteva delle sensazioni claustrofobiche. Cominciai ossessivamente a chiedermi perché mi fosse successo tutto ciò, ripetendomi che se quel giorno non fossi salito sul soffitto non sarebbe successo niente. Se prima riuscivo a trovare alcuni momenti di distrazione ora mi sentivo avvolto da una ossessione e disperazione continua che mi logorava 24 ore su 24: non riuscivo più ad andare avanti e cominciai a fare dei bruttissimi pensieri.

Il fondo l'ho toccato il 28 maggio quando ho invocato la necessità di un dottore, di qualche medicina che mi consentisse di andare avanti. L'ultima cosa che avrei immaginato nella vita è di andare da uno strizzacervelli, ma mi trovavo in un momento veramente critico, che richiedeva una cura. Dopo circa una decina di giorni questa ha cominciato a dare i suoi effetti ed è subentrata una certa tranquillità che inizialmente mi lasciava un po' interdetto, perchè quei problemi che c'erano e che avevo vissuto con angoscia, ora li vedevo in un'altra luce. Ora devo dire che mi sento bene, sono tranquillo, anche se riconosco che questa serenità non è propriamente farina del mio sacco. Il braccio è migliorato e sento di essere tornato in una sufficiente normalità. Non so se e quando il mio braccio si sarà ripreso completamente, perchè i dolori ci sono e le limitazioni pure. Però adesso vedo tutto in una luce meno drammatica ed ho acquisito l'atteggiamento di chi è disposto ad aspettare, anche a lungo, che le cose tornino a posto. Spero anche di riprendere a suonare il mio violoncello. (luglio 2000)


Ma le cose non finirono qui...

...per un'esperienza che sembrava non risolversi mai, ma che alla fine si è avviata ad esaurirsi nella guarigione della frattura. C'era solamente l'ultimo atto da compiere: la rimozione dei chiodi che avevo nel mio povero òmero destro. Era necessario un nuovo ricovero per sottopormi alla banale operazione con la quale mi avrebbero liberato il braccio da questi sgraditi ospiti. Non mi entusiasmava la prospettiva di rientrare in ospedale, dopo tutto quello che avevo passato, ma cercai di prendere la cosa con estrema filosofia, considerando questo secondo ricovero un "atto liberatorio". La presi come una una piccola vacanza e mi portai libri e carta per scrivere, distrazioni per rendere il mio "soggiorno" il più veloce possibile. Pensavo che sarebbe stato estremamente piacevole scrivere lettere alle mie amiche, annunciando loro la conclusione definitiva dei miei guai. In fin dei conti era proprio una operazione da nulla: dieci minuti e tutto si sarebbe risolto.

Cercate di mettervi nei miei panni: avete passato un anno d'inferno, di dolore fisico e psicologico, avete dovuto sconvolgere tutti i vostri programmi, ed ora compiete l'atto conclusivo, liberatorio. Entrate in sala operatoria per togliere i chiodi e... vi risvegliate con una mano paralizzata! Proprio così: quando ho riaperto gli occhi la mia mano era come morta, non si muoveva più!!! Si, perché all'atto pratico i chiodi "si erano incastrati di brutto" e non volevano uscire: agli altri i chiodi si sarebbero facilmente sfilati, a me era capitato quello che non succede quasi mai in una circostanza del genere. Le prime ore non avevo ben compreso la portata di quello che mi era accaduto, ma un po' alla volta mi hanno fatto capire ciò che la mia mano aveva subito e quanto ci volesse (almeno 6 mesi) per sperare in un recupero della mano: si è così mostrata ai miei occhi, in tutta la sua crudezza, la nuova realtà da incubo che avrei dovuto vivere per mesi e mesi. Pensate, ero entrato che stavo bene fisicamente, psicologicamente rigenerato, ed ora ripiombavo in un nuovo incubo, con un problema fisico che, forse, si sarebbe risolto dopo parecchi mesi. Progressivamente la mia mente ripiombava in una condizione che non desideravo affatto e passai insonne le due notti in ospedale, passeggiando per le corsie deserte, osservando dalle finestre la neve che scendeva. La mattina del terzo giorno tornai a casa con la mia paralisi al nervo radiale destro e con lunghe terapie da affrontare.

E' facile immaginare quale fosse la mia agitazione in quei primi giorni: nella mia casa era entrata una atmosfera di estrema tensione. La prima o la seconda notte dal rientro dall'ospedale, ero riuscito a prendere sonno ed avevo fatto un brevissimo e bellissimo sogno: ero in macchina con il mio amico Giuseppe, ridevo ed ero sereno. Nel sogno lasciavamo la strada asfaltata e imboccavamo una stradina sterrata, circondata da un paesaggio in cui si potevano ammirare le bellezze della natura. Quindi ci fermammo e rifocillammo in una rustica taverna. Era tutto così bello, pieno di pace e di serenità, ma quando mi svegliai di soprassalto e ripresi coscienza di quella che era la mia nuova situazione fu un momento orribile, sconvolgente. Vi è mai capitato di aver fatto dei sogni terrificanti, nei quali si è verificata una situazione gravissima, magari avete ucciso qualcuno o state per morire, oppure la vostra vita è irrimediabilmente rovinata? Alla fine vi svegliate e per qualche secondo non riuscite a comprendere ancora quale sia il sogno e quale sia la realtà, fin quando vi rendete conto che avete solo sognato: potete tirate un lunghissimo sospiro di sollievo. Bene, per me era esattamente il contrario: svegliarmi era stato come entrare in un orribile sogno, nel quale tutto sembrava compromesso.

E' stato un crescendo di disperazione, soprattutto quando esaminando le radiografie i giorni seguenti ho capito che uno dei chiodi che mi furono impiantati all'epoca della frattura di fatto era fuoriuscito e col tempo si era fuso con l'osso. Morale della favola: il morale divenne bassissimo e dovetti ricorrere a dei tranquillanti, che riuscirono ad acquietarmi un poco. Però la situazione che vivevo era davanti ai miei occhi: una mano morta, completamente inutilizzabile, e l'onere di dovere affrontare nuovamente, per mesi e mesi, cure e terapie. Per un mese intero non ho messo piede fuori di casa, e passavo i pomeriggi steso sul letto a fissare il soffitto; di notte mi svegliavo e rimanevo ad osservare la mano, nella ingenua illusione che questa si risvegliasse da un momento all'altro. Rimuginavo su quello che mi era capitato e mi sembrava che qualcuno avesse giocato con il mio destino, divertendosi a farmi piombare in un nuovo dramma, e proprio quando mi accingevo a riassaporare il piacere di avere messo definitivamente alle mie spalle una sgradevolissima esperienza.

Dopo quasi quattro mesi non si era manifestato il minimo segnale di ripresa per una situazione che percepivo ormai come definitiva; si prospettava pure il ricorso ad operazione esplorativa per chiarire quale fosse la condizione del nervo radiale che era rimasto traumatizzato dall'estrazione dei chiodi. Ma alla fine arrivò la prima reazione del polso e più tardi cominciarono a reagire anche le dita. E' strano, avrei dovuto esultare, ma quei primi progressi mi lasciarono quasi indifferente. Piano piano i miglioramenti si sono succeduti ed ho cominciato a riassaporare il piacere di avere una mano vera, finalmente funzionale, idonea per la scrittura e per suonare nuovamente il mio violoncello. Mi rendevo conto che i guai stavano finalmente per finire, che stavo per mettere tutto alle spalle, definitivamente. Questa volta ho potuto veramente assaporaro il piacere di chi, dopo un orribile sogno, si sveglia rendendosi conto che tutto è a posto, e che è stato solo un incubo notturno.

Le disavventure di questi due ultimi anni hanno costituito un momento di passaggio nella mia vita, scavando un solco inesorabile tra il presente e la mia ormai trascorsa giovinezza, ed allontanandomi definitivamente, sotto il profilo emotivo, dalle sensazioni di vita assaporate nell'adolescenza e nella prima giovinezza. Infatti nei momenti di malinconia non riesco più ad appropiarmi, in un estremo tentativo di fuga, delle emozioni che hanno albergato la mia anima in anni non recenti. Ed ho capito che, ora che mi trovo 'nel mezzo del cammin di nostra vita', la prima parte della mia vita è purtroppo sfumata.

Per sancire questo passaggio e festeggiare la mia guarigione, ho voluto prendermi una vacanza che ho chiamato 'la vacanza della fine della mia giovinezza'. A fine luglio ho preso macchina e bagagli ed in una notte calda mi sono allontanato dalla città, viaggiando beatamente in un'autostrada deserta, per giungere nel primo mattino nella bellissima Torino, ingentilita dallo svuotamento di agosto. Ho passato 20 giorni di serenità e distrazione, passeggiando, visitando musei e trascorrendo parte del mio tempo in compagnia della mia cara amica torinese.

Non so cosa mi riserverà il futuro, ma spero di fare nuove ed interessanti esperienze. Per il momento mi voglio godere questo periodo di serenità e spensieratezza, augurandomi che duri il più possibile a lungo. I guai sono finiti! (agosto 2001)


Il mio povero òmero destro 36 giorni dopo la frattura




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